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giovedì 27 novembre 2014

post 142: buon compleanno




Ogni giorno che nasce è l’inizio d’una lotta che solo spegnendo la luce sul comodino quando sarà finito si placherà. Anche oggi. Che dovrebbe essere diverso. Si, perché non tutto va sempre liscio, a volte il buio silenzioso della notte è squarciato da un sogno brutto che s’impone, altre volte qualcosa desta d’improvviso lasciandomi per un po’ attaccata la sensazione di paura forte che scuote addirittura le viscere, altre ancora è peggio tanto da non riuscire ad abbandonarmi al sonno nemmeno applicando la procedura consolidata della sua ricerca. Contare pecore. Lotto e combatto, parto e mi fermo, respiro a fatica poi in un attimo tutto sembra tornato in equilibrio. Anche se continuo a sentirmi sul filo a cento metri d’altezza. I vizi, le lacune, il mio essere così imperfetto o troppo perfetto mi si fa dinnanzi appena apro gli occhi. Non lo tollero ma è tutto sempre presente ed appena mi specchio entrando in bagno ne ho conferma. La mia faccia non mente, almeno a me, perché so leggere fra lo sguardo e le occhiaie che mi ritrovo. So veramente ciò che penso. Anche provando a fingere non mi frego. E intanto il tempo passa, l’orologio implacabile, bisogna muoversi e mi devo muovere. I minuti veloci passano quasi durassero trenta secondi, colazione, bagno, i figli da seguire ed aiutare. Allacciargli le scarpe ed infilargli la giacca mentre loro cantano e starnazzano felici: insopportabili ma tanto sopportabili, amabili ma pure il contrario, vorresti voltarti ignorandoli ma pure stringerli così fortemente al petto da renderli inseparabili per l’eterno. La tua donna, il tuo unico amore, anche con lei lo stesso meccanismo. Insopportabile quanto necessaria, decisiva quanto fastidiosa, ti manca come l’aria quando t’immergi sicuro che la boccata presa sia stata sufficiente. Ed invece un attimo dopo capisci il contrario. E annaspi affannando. Non puoi scordarti d’amare, mai, amare è una complessità tale da non poterla comprendere a fondo appena mezz’ora dopo l’essersi alzati dal letto. Un caffè ed una sigaretta non possono darti consistenza intellettuale tale d’affrontare una cima emotiva del genere.
In un attimo sono fuori, dentro al mondo degli altri, con ed insieme agli altri. Odori, colori, rumori. Velocità diverse. Compressione da smog del traffico. La testa mi duole anche se provando a pensarci non sento dolore. Eppure percepisco sofferenza. Cammino veloce, il corpo conduce senza bisogno d’una testa che pensi le traiettorie, fa tutto da solo e non mi fa paura. Guardo avanti anche se in realtà osservo quello che sta in parte. Degenerato, sconsiderato, inadeguato, banale, scontato, superficiale, offensivo. Penso ancora, distratto dal guardare culi di donne camminanti a lato, vengo deviato dalla visione che tra l’altro non m’interessa e parto per un attimo con pensieri poco puri: ma pure fissando le labbra di mia moglie mi capita ogni volta lo stesso, chissà se sono il solo a farlo oppure tutti ci cascano. Sono malato o semplicemente me stesso? E non è solo una questione di sesso sia per i culi -per lo più mostrati quando forse dovrebbero essere occultati- sia per le labbra –il bacio è la più pura espressione d’affetto ma ci si ride spesso sopra-. Fatto, voluto, immaginato o semplicemente desiderato. Ed intanto i bambini reclamano: che cazzo pretendono, ti chiedi mentre comunque gli dai risposta, un SUV taglia senza scrupolo la strada per fregare un parcheggio e quasi t’azzoppa. Un vaffanculo sarebbe liberatorio ma non sei solo, non devi mai scordare d’essere esempio che poi viene imitato, mandi giù un amaro che manco capisci di cosa sappia. Ma che cazzo, e ti fa schifo, vorresti sparire anzi sparare. In quel istante ti chiedi seriamente quanto costi una pistola e perché non hai mai pensato di comprarne una o almeno chiedere il porto d’armi. Non vuoi fare il modello di alcunché ma sembra che molti s’ispirino a te. Soprattutto quando hai dubbi, quando vacilli in preda ai tuoi istinti, quando te ne infischi del pensiero che potresti scaturire. Ma ogni volta ti fermi, sentendo di censurarti, farti violenza senza far apparire violenza. Ancora mandi giù qualcosa d’amaro. Ti riprometti d’ignorare chi ti vuole scroccare una sigaretta appena uscito dal bar, ma poi sorridi e offri anzi gliela accendi pure, appena ti riprendi dall’ennesimo ingoiare qualcuno ti chiama al telefono. Sono quelli che lo fanno solo per necessità. Vorresti dare spazio al tuo egoismo elevandolo a cosa sana ma ti blocchi, hai paura che forse prenda il sopravvento visto che immagini il suo gusto appassionante senza dubbio non amaro, eviti di pensare all’inevitabile viaggio di ritorno alla normalità che dopo un ipotetico momento dedicato a te stesso risulterebbe insopportabile. Manco ti fai sfiorare dal sospetto, e continui a farlo, ora dopo ora giorno dopo giorno anno dopo anno.
Sono già esausto, credo d’essere felice almeno lo spero anche se non so cosa significhi esserlo, di certo so che la serenità non m’appartiene. Perché al richiamo accorro sempre, non riesco ad ignorare anche se vorrei tanto essere sordo, vedo anche se provo a chiudermi gli occhi in ogni occasione.
Giornata come altre. Qualcuno che lagna direbbe di merda. Io dico come le altre. Ma almeno è passata rapida, così m’è sembrato, così l’ho percepita.
Per fortuna è notte, ho solo la luce sul comodino da spegnere, la possibilità concreta che tutto per qualche ora si fermi lasciandomi libero dal solito turbine massacrante.
Lo spero per il mio bene, spero che la mia ambivalenza mai si trasformi in ambiguità, spero che se dovesse accadermi d’essere talmente insensibile almeno il poter ignorare ogni eventuale senso di colpa mi sia concesso. Spero sempre, spero anche se non so cosa sia meglio sperare, comunque spero. Non si sa mai.
Guardo la luce accesa, sono alla fine di un’altra giornata che non doveva essere uguale, ho solo voglia di dormire. Niente di speciale. L’avrei voluta diversa, lo speravo, ma in fondo non me ne importava niente. Anche se in un angolo forse lo speravo. Tipo. Torta gigantesca con sorpresa annessa. Festa a seguire.
Va bé, sarà per la prossima volta.
Manca ormai meno di un anno alla prossima occasione.
Ma in fondo questa è la mia vita, che ho il privilegio di vivere, la fortuna di raccontare, il gusto perverso di criticare anche con ironia.
Una vita che ho scelto e voluto.
Nessun dubbio anche se dentro mi rendo insopportabile e lagnoso fino a me stesso, forse perché mi piace pure quello, spero che troppi non se ne accorgano e continuino pensando all’idea che si sono fatti di me e vivano felici con quella senza troppo indagare sul mio conto.
Simpatico scanzonato burlone.
Perciò.
Tanti auguri a me.


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lunedì 24 novembre 2014

post 141: guerra-combattere




Sono dentro ad una guerra.

Semplicemente per il fatto che mi sono accontentato di credere che la buona fede unita al buon senso potesse guidare le persone a rappresentare il meglio di se per gli altri. Invece no. Quella drammatica scelta di posizionarsi nella mediana m’ha fatto ignorare il disonore che infliggevo a me stesso ed ai valori in cui credevo sperando inconsciamente d’evitare problemi, credendo bastasse appoggiarsi all’idea di un mondo basato su rapporti ideali, sperare che l’onestà bastasse. In cambio, invece d’una idea di pacifica libertà, ho ottenuto solo accanimento astioso. Presa coscienza, conscio della difficoltà di ribaltarne l’inerzia, voglio recuperare l’equilibrio tenendomi ben saldo a pochi valori, a ciò che ancora ho nelle tasche dopo essermele svuotate inseguendo la chimera dei buoni impulsi umani. Io non sono alla spasmodica ricerca di un colpevole per dare senso alle mie incertezze per cancellare i miei limiti o le mie paure. Perché so che il colpevole sono io. Nella misura in cui ho continuato a negare la verità impedendomi d’occuparmi di ciò che fa invece è parte delle mie responsabilità.
Serve una guerra, sanguinaria se necessario, sleale o scorretta al limite. Perché quando lo spazio ed il tempo stanno esaurendosi quello che conta è solo sopravvivere.

Sono pronto a combattere.