Translate

lunedì 17 agosto 2015

post 169: ventiquattro (tratto da Bordeline – ed. Narcissus 2013)



“Ci sono dei giorni dove la voglia di piangere mi prende così forte da strozzarmi la gola e rendermi il respiro pesante. Ma non ci riesco, non scendono lacrime dagli occhi, i pensieri si bloccano su qualcosa che non riesco a definire. Ho solo voglia di scaricare la mia disperazione, quel disagio mi impedisce di vivere, i rari attimi sereni si rabbuiano all’improvviso. Riesco solo a sedermi sul divano, guardo il cielo grigio dalla finestra, e spero che un rivolo umido finalmente scorra sul mio viso. Quasi fosse quello l’unico segnale rassicurante. Ma nulla accade.
Sono nata in una famiglia borghese, una di quelle realtà in cui l’apparenza è più importante della sostanza, gli abiti griffati dei sentimenti. Realtà domestiche dove guidano genitori che puntano a mantenere sempre e comunque una parvenza di rispettabilità, niente altro che, misera ed arida ordinarietà. E ti fai convincere che sia tutto uno sbaglio. Un calcolo errato di una sedicenne curiosa che in quel mondo dove è nata, sta stretta ed ambisce ad altro.
Allora il collegio, l’università privata, le amicizie selezionate, l’accostamento a modelli comportamentali perfetti.
E poi un uomo.
Credere d’amare una persona solo perché l’hai sposata, ma quella era l’ennesima cosa giusta per loro. Un uomo che guardi senza passione, dal qual ti fai penetrare fissando il soffitto, sentendo con disgusto il suo ansimare da animale eccitato.
Infine la malattia. Il grande paradosso.
La sofferenza che logora il corpo ma fa capire alla mente ciò che realmente importa.
Quanto hai trent’anni e ti strappano quello che la natura t’ha donato per renderti madre, capisci che la tua esistenza è nulla, tutto diviene vuoto e niente sarà mai in grado di riempirlo.
Oggi sarebbe il suo compleanno.
Il ventiquattresimo.
Aver ucciso l’unico figlio che ho generato soltanto perché non ho avuto la forza di amarlo, decidere invece di far decidere, ignorare quella creatura che io pensavo sbagliata invece di credere nel valore della vita, è il peso che porterò sempre dentro e per il quale non riuscirò mai più a sorridere”.

Lettera firmata.
Quando Albertina Stolfi, giornalista della rivista “Madre Oggi”, lesse quella lettera firmata giunta in redazione, non riuscì a far altro che passarsi una mano sugli occhi che si erano inumiditi.
Quelle righe furono per lei come un improvviso fulmine nel cielo sereno; pensò al suo passato.
Quel racconto, così dettagliato ma nello stesso tempo tanto anonimo, la scosse nel profondo. Istintivamente si voltò verso il portaritratti che aveva sulla sua scrivania: dentro la foto di sua figlia Giulia che la guardava sorridendo.
 Si asciugò la lacrima che ormai era scivolata sulla guancia tirando un sospiro di sollievo.

A lei il destino aveva dato un’altra possibilità.

domenica 16 agosto 2015

post 168: lo scrittore (inedito 2015)


Mario, un vecchio amico di mio padre, iniziò a parlare appena ci sedemmo a tavola. Quando incrociò il mio sguardo non riuscì a trattenersi. Il suo lato sadico lo spinse un’altra volta con perfidia ad attaccarmi. Mi chiese come andasse il lavoro, con quel suo solito tono fra il sibillino e il paraculo, e quindi come procedeva la mia carriera di scrittore. Disse quelle tre parole –carriera di scrittore- come se le volesse evidenziarle in giallo per attirare l’attenzione di tutti i commensali. E quando sentì d’aver raggiunto lo scopo, cambiando tono sembrando addirittura dimesso, chiuse domandandomi perché nella sua libreria di fiducia, nella quale da anni era noto cliente, non si trovasse alcuna mia pubblicazione. Lasciando tutti in sospeso, guardanti, in attesa di una mia risposta che li rassicurasse.
Servirono le fettuccine al ragù e restai concentrato su quelle.

Quella parola mi è sempre suonata strana; pubblicazioni mi sa di vecchio, come quell’uomo del resto. Di un’epoca che non esiste più, l’epoca del paltò o del telefax, oppure del fiscalista.
Continuava ad osservarmi con aria compiaciuta perché non rispondevo come lui, e tutti al tavolo in verità, aspettava ed aspettavano.
Non gli ero mai stato troppo simpatico e appena poteva mi aveva sempre punzecchiato in maniera spesso cattiva. Forse perché gli evocavo qualcosa, ero quello che lui non aveva mai avuto il coraggio d’essere, uno che ha sempre rinunciato alle scorciatoie comode per intraprendere i soli percorsi che sentiva consoni.
Mario non sapeva però che quella domanda, ed in generale subire atteggiamenti spocchiosi se non ostili, mi era stata posta tante volte da persone del suo genere. E quanto spesso ero entrato in crisi arrivando a pensare che forse un fondo di verità in quelle parole ci fosse. Per poi arrivare alla vera dimensione della cosa grazie e solo al tempo. Quindi ignorava l’esistenza d’una corazza resistente che m’aveva reso insensibile a quel tipo di bordate vigliacche.
Decisi di farlo aspettare, metaforicamente, dalle fettuccine della sua domanda fino al caffè della mia risposta. Per farlo crogiolare nella sua idea d’avermi fottuto.

Senza preavviso, guardandolo dritto negli occhi e usando tutta la sincerità e l’onestà che mi compongono, dopo aver bevuto il caffè partii senza esitare.

“Di scrittori, in generale di artisti, ne esistono di varie forme. Ci sono quelli puramente commerciali che “fanno” solo per guadagnare denaro. Ci sono altri che vivono il loro momento perché interpretano e perciò “fanno“ prodotti adatti alla moda d’una stagione e comunque con l’unico fine unico di fare soldi. Poi c’è un altro gruppo di artisti che credono di essere dei prescelti –da chi poi non si sa…- e quindi sono concentrati solo sul loro desiderio d’essere unici ed irripetibili ignorando il fatto di proporre opere incomprensibili, autoreferenziali, con l’unico obiettivo di gratificare il proprio ego frustrato. Ci sono poi i veri artisti che mirano solamente al successo ed al riconoscimento sociale meglio se condito da denaro.
Infine ci sono quelli come me.
Derelitti, disgraziati, dolenti. Che vivono con pena l’insensibilità e l’arroganza del loro tempo e sanno che solo quando questo sarà passato verranno riconosciuti. Senza un quattrino in vita destinati ad una morte anonima e senza gloria.
Io, caro Mario, so che vivrò in questa maniera ma fra 150 o 200 anni il frutto del mio lavoro sarà ancora vivo e continuerà a rifiorire. Perché io non scrivo per me, ma neppure per te e per nessuno di voi qui seduti a questo tavolo, io scrivo per quelli che ora non sono nemmeno un pensiero. Per quelli che nasceranno fra decenni, per quelli che sapranno comprendere il vero valore, per quelli che grazie al loro amore riconoscente mi renderanno immortale, per quelli che accoglieranno la mia eredità come spunto per far riflettere le loro coscienze”.

Mario ebbe un sussulto e quasi si soffocò con il caffè.

“Mi guardi come fossi un pazzo, in preda ad un delirio d’onnipotenza, lo comprendo.
Respira sereno.
So che quanto t’ho appena detto è incomprensibile ma non è una tua colpa, tu sei solo un prodotto inconsapevole, in fondo una vittima che nemmeno si rende conto d’essere stata sacrificata tante volte.
I miei libri, se li vuoi trovare, basta saperli cercare.
Ma prima devi capire cosa è per te necessario e quando l’avrai fatto, se ci riuscirai, tutto sarà chiaro e sarai pronto per leggermi”.

Mio padre deglutì nervosamente.
Mario rimase muto per il resto della serata.

Da quel giorno il suo modo di guardarmi cambiò.

venerdì 14 agosto 2015

post 167: all'improvviso mi sono fermato

All'improvviso mi sono fermato
ed ho smesso di parlare
perchè ho sentito i tuoi occhi su di me
la linea del tuo sguardo che cercava la mia
ho perso di colpo la direzione da seguire
e l’ansia che regna il mio cuore s'è dissolta
all'improvviso mi sono fermato
e tutto m’è parso diverso
il mondo finalmente a colori
la voglia di seguire il tuo profumo
o pensare di sfiorarti con un dito
mi confonde la mente
cancellando ogni altra cosa che nasce
mi sono fermato così all'improvviso
ma da quell'istante
ho cominciato a muovermi.

giovedì 13 agosto 2015

post 166: conoscere

A proposito di conoscenza.
Perché si studia la storia?
Anzi, perché si dovrebbe studiare la storia?
Ricordo questa domanda postaci dal professore di storia un giorno a lezione, in seconda media, varie le risposte.
Per imparare dagli sbagli commessi nel passato […] per capire chi siamo e da dove veniamo […] per conoscere la cronologia degli eventi che hanno più influito sull’umanità […]
A quell’epoca pensai che un buon motivo per il quale eravamo obbligati a farlo fosse la necessità di essere promossi a fine dell’anno scolastico.
Ma, giuro, me ne restai zitto con quella mia convinzione.
Ero giovane, sicuramente ingenuo, ma pure non inquinato da tante cose che poi sono stato costretto a vedere e vivere. Quello mi pareva un buon motivo, oggi ho capito che c’era pure dell’altro, anche se ascoltai ciò che disse il professore.
La storia insegna, attraverso l’osservazione dei fatti e delle esperienze passate, ad avere un’opinione.
Così rispose, tutti lo guardammo senza capire molto, in fin dei conti ragazzini di undici anni non hanno molte opinioni se non quelle copiate dagli adulti in genere. Dai genitori in particolare.
Personalmente ho sempre trovato il passato più interessante del futuro. Solo per il fatto che parlandone si fa riferimento a qualcosa di vero, d’accaduto, contrariamente a ciò che si può considerare al massimo un’ipotesi. La storia del passato è il racconto della vita delle persone. Persone vere protagoniste di storie vere. Un crocevia necessario per avere la certezza d’un punto iniziale da cui partire verso un futuro che possa contenere le nostre convinzioni, forse, i nostri sogni.
Ben inteso: mi riferisco alle vere storie, quelle di cui siamo certi, non alle ricostruzioni di parte.
Mi sono perciò sempre posto tante domande studiando la storia dell’umanità ma tre sono i fatti su cui ho passato del tempo a riflettere.
Il primo fatto.
I morti causati delle guerre.
Una contabilità raccapricciante riportata nei libri - a scuola - in modo asettico, come puro fatto inevitabile, sottolineando invece come essenziali date, cause ed effetti dei conflitti. E questo bastava per evitarci un dubbio o perdere tempo a riflettere.
Forse un modo che fin da subito c’ha istruito a non pensare.
Prendiamo a caso quattro vicende storiche ben note.
Guerra dei trent’anni: una serie di eventi bellici avvenuti in Europa nella prima metà del 1600. Circa 4.000.000 i morti.
Rivoluzione francese e guerre napoleoniche: dalla fine del 1700 al 1815 circa. 5.000.000 di morti.
Grande guerra: dal 1914 al 1918. 26.000.000 di morti.
Seconda guerra mondiale: dal 1939 al 1945. Quasi 54.000.000 di morti.
Il secondo fatto.
Il sistema feudale.
Nella prima metà del 1300 l’uomo (almeno nel continente europeo) si diede un ordine preciso quanto definitivo di società.
C’era chi comandava e stava in alto nella scala sociale – un governante, quasi sempre un re o un nobile di alto rango, ma anche un’alta carica religiosa – poi sotto categorie a discendere d’importanza - vassalli, valvassori, valvassini – poi c’erano i contadini liberi ed infine, sotto a tutti, i servi della gleba.
Fu questo il primo grande sistema di gestione sociale, passato attraverso – e frutto di - tante esperienze precedenti che tutt’oggi, con forme e modalità apparentemente differenti, resiste.
Il terzo fatto.
Il 6 agosto 1945, con la bomba atomica esplosa su Hiroshima, gli equilibri dell’umanità cambiarono definitivamente. Ma non rispetto all’ordine sociale – in senso assoluto - ma solo rispetto al modo di farlo valere ed accettare.
La storia è importante.
Importante è pure non farsi ingannare da essa.
Nel senso che si possono conoscere date, nomi, situazioni…ma non bisogna mai dimenticare i morti, i tanti morti serviti a creare un ordine necessario a controllare chi è restato in vita, e pure i modi o le tecniche utilizzate per farlo. Tutte le scelte hanno una conseguenza, pure un prezzo da pagare, ma anche un limite insuperabile da rispettare pena l’annientamento globale. Sono i parametri da controllare in una guerra: quindi, non conta quanto morti servono, bastano quelli necessari allo scopo. L’ordine sociale è garantito dalle gerarchie: chi sta sopra (pochi) comanda chi sta sotto (tanti). Non conta quali mezzi vengono usati per le guerre e la gestione dell’ordine sociale, basta soltanto siano efficaci e possibilmente gestibili, onde evitare una ritorsione degli stessi contro a chi li usa.
Importante è perciò comprendere la storia nella sua vera essenza e non solo per come ci viene raccontata per poterne percepire, si spera, il significato.
Faccio un esempio, che so possa sembrare paradossale, ma credo possa farmi meglio comprendere. Molti conoscono il “Mein Kampf” di Adolf Hitler. E’ il proclama politico della follia di un uomo, diventata collettiva con il nazismo, censurato dopo la chiusura tragica di quel periodo storico.
La maggior parte delle persone, pur non conoscendo quel testo perché mai l'ha letto, tende ad indignarsi appena sentito nominare.
Eppure milioni sono le copie vendute, perché quindi? Quel’è il senso profondo che quel libro possiede?
Giustificare pensieri e azioni di qualcuno convincendosi della necessità d’una assoluzione sui fatti per arrivare in sostanza a darsiun perché rispetto a qualcosa che razionalmente un perché non ce l’ha. E’ questa l’istintivo pensiero, quasi globalmente accettato, che può dare all’uomo medio un senso di spiegazione dell’argomento.
Se si scava più in profondità invece c’è altro: quel libro è la misura esatta di ciò che ha sempre subdolamente guidato ogni atto umano, ovvero, la necessità del potere. E nello specifico la forza – soprattutto economica - che si possiede mascherandosi dietro ad una facciata mediante un documento storico che nessuno dovrà mai dimenticare.
Per chi l’ha scritto e forse subito evidente, per chi lo detiene oggi un po’ meno.
Forse non tutti sanno che il “Mein Kampf” di Adolf Hitler è attualmente in commercio nella gran parte del mondo, negli Stati Uniti il libro si può acquistare liberamente nelle librerie e via internet. Il governo americano s’impossessò infatti dei diritti d’autore già nel 1941 in seguito all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale come parte del With the Enemy Act e che nel 1979 la Houghton Mifflin acquistò i diritti dal governo stesso. Ed ogni anno ne sono vendute più di 15.000 copie. Barenes & Noble lo vende a 13$ e rotti...
Che significa questo?
Business is business.
A prescindere da tutto e da tutti. Sopra tutto e tutti.
L’ottenimento del potere – per esempio attraverso la gestione e vendita d’un libro - rappresenta una necessità insita nella natura umano. Ieri e l’altro ieri con guerre devastanti, oggi con guerre che hanno occupato territori diversi.
Tanto per essere chiari.
Non ci fu solo questo durante il periodo della dittatura nazista. In tanti altri hanno fatto business approfittando cinicamente di quell’opportunità. Per esempio: le filiali tedesche della KODAK durante la Seconda Guerra Mondiale utilizzavano schiavi provenienti dai campi di concentramento. Il famoso HUGO BOSS nel 1930 disegnò e produsse le uniformi naziste (Gioventù hitleriana, Sturmtruppen, SS). La VOLKSWAGEN, Ferdinand Porsche il suo ideatore, fu l’uomo scelto da Hitler per progettare e costruire la “vettura del popolo” – il maggiolino -. La BAYER. Azienda farmaceutica nata nel dopoguerra era una costola dell’originaria IG Farben, società diventata economicamente potente durante il nazismo perché produttrice del Zyklon B, il gas usato nei campi di sterminio…oggi invece ricordata come la più importante venditrice dell’aspirina. E ancora: la SIMENS che utilizzò enormi quantità di schiavi in generale durante quel periodo, in particolare, con essi ci costruì le camere a gas nei campi di sterminio. La COCA-COLA che giocò opportunisticamente sui due fronti: sostenendo le truppe alleate – americane in primis - ma continuando a produrre e vendere soda alla Germania nazista. E quando nel 1941, in Germania le materie prime – sciroppo necessario per fare la Coca-Cola – scarseggiavano s’inventò una nuova bevanda specifica per loro chiamata Fanta. Questa bibita è stato la bevanda ufficiale della Germania nazista. HENRY FORD fu forse il più celebre industriale antisemita sostenitore di Hitler. E questo basta…
La STANDARD OIL (oggi divenuta ExxonMobil, Chevron e BP) fu la principale fornitrice di combustibili per la Luftwaffe. CHASE BANK, famoso istituto di credito americano, si schierò apertamente dalla parte dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale congelando, per esempio, i conti europea dei suoi clienti ebrei. Infine la IBM che costruì macchine per i nazisti…
Questi fatti come questi sono parte della storia da conoscere?
Si, certamente.
Fatti come questi sono in grado di formare un’opinione in quanto storia?
Si, a patto che li si consideri non solo per quello che raccontano o che c’è stato raccontato ma per quello che rappresentano. E, come in questo caso, l’essere un puro strumento di rivendicazione del potere e contestualmente una giustificazione dei modi usati ad esprimerlo.

mercoledì 12 agosto 2015

post 165: pigro



Amo la pigrizia che blocca ogni ambizione, l’amaca m’ispira la resa, la quiete che non segue sempre e solamente una tempesta.
Amo sbadigliare, guardare il mio gatto stirarsi le zampe confortato dal godimento dell’ombra, dove la noia sembra sublimarsi nel giusto riposo. Nemmeno fossi un guerriero che torna dal fronte ferito, mentre la mente ordina di riposare, distoglie l’attenzione da ogni attimo d’un pesante passato per lasciarlo sfuocare in un ciondolante abbiocco.
Amo il non far niente, e non solo quello dolce, dovrei vergognarmene invece mi realizza, la parte peggiore di ogni uomo è spesso la migliore, con la mente che vaga in quel sottile attimo di rilassata beatitudine come un soffio d’aria ristoratrice che fa da contorno.
Amo la pienezza del nulla, lo spazio che lascia per potersi insinuare con i pensieri nei posti che, da sveglio, nemmeno t’azzardi a sfiorare.
Amo quando riesco ad essere dentro a ciò che realmente sento appartenermi.
Amo tutto questo e non vi potrei mai rinunciare.

Mai.

martedì 11 agosto 2015

post 164: anima gemella


La ricerca dell’anima gemella è spesso vana tanto che ci s’accontenta di credere possibile trasformare un’empatia in un sentimento indissolubile come quello che solo due anime identiche possono stabilire.
Aspettando, e soffrendo, si tenta assecondandosi e modificandosi alle necessità altrui di rendere migliore ciò che migliore non potrà mai essere: è solo un accontentarsi tentando di rendere meno disperata la propria esistenza. E anche se la certezza definitiva non è scritta si resiste ignorando che la logorante rinuncia a se stessi porterà a cambiare tanto fino a che, se pur quel momento tanto ambito dovesse compiersi, non si sarà mai in grado di soddisfare un desiderio così a lungo sopito.
Ma gli umani sanno continuare fino al punto di riuscire a credere in qualcosa d’impossibile percependolo come probabile o plausibile, semplicemente imponendoselo, certi che sofferenze e indifferenze saranno il necessario prezzo da pagare per giungere all’equilibrio agognato.
E questo sembra bastare.
Anche se nulla intanto cambia.

E quello che resta è solo un continuo attendere.

mercoledì 5 agosto 2015

post 163: ribrezzo (tratto da La sconosciuta – inedito 2014)

I ricordi di un’epoca passata, l’infanzia, la formazione culturale. Lo studio visto e percepito come uno sforzo perché quando si è giovani altri sono i pensieri che interessano. Studiare equivale a perdere tempo, come fosse una pena da espiare, e l’obbligo di dover ricordare è una cosa che non può certo appassionare.
Dalla scuola elementare fino al liceo.

Odio scrivere anche se lo devo fare non mi viene mai in mente nulla di giusto quando sono obbligata…odio leggere chi crede d’aver qualcosa d’importante da dire…eppure sono state cose che per lungo tempo mi sembravano assolute e necessarie…ma cosa avevo nella testa a quattordici anni?

I primi ricordi relativi al sesso, i primi sguardi maliziosi con i coetanei, i primi baci rubati. Le guance arrossate dall’imbarazzo. L’innocenza violata di fronte a stimoli istintivi che il corpo comincia ad imporre. Stare dentro le regole, il rapportarsi ai “no”, gestirsi di fronte alle cose sbagliate cercando un equilibrio fra quello che si può dire, fare, pensare.

Toccarmi mi piace lo sfiorarmi con le dita…sentirmi così sensibile…bagnata…e nemmeno devo pensare a qualcosa o qualcuno…il mio primo vibratore…meglio di molti maschi ai quali mi sono data

I primi pensieri poco puri, la scoperta delle parti sensibili del proprio corpo, un piacere fisico diverso ma così assoluto da sovvertire ogni ordine di priorità fino a quel momento conosciuto e rispettato.

A quattordici anni c’era una cosa che m’interessava veramente, e pure molto, il sesso. A scuola non se ne parlava in modo ufficiale, nemmeno da un punto di vista informativo, sembrava che l’argomento rappresentasse qualcosa d’irreale. Come una realtà che nei fatti non esisteva. Eppure c’era, fra noi ragazzi non si parlava d’altro, in modo diretto o indiretto, alludendo, i più audaci tentando di provare. A dir la verità pure a casa era argomento tabù; non ricordo d’avere mai sentito parlare i miei genitori di sesso. Sforzandomi non riesco a ricordare uno sguardo d’intesa tale che mi facesse pensare a loro due come esseri sessuati. Mi sono sempre apparsi come fra loro indifferenti. Forse ero pure distratta da altro termine di paragone, cioè, come zio Gustavo si comportava con sua moglie zia Clotilde.
Lei, sorella minore di mamma, era una donna smunta e sciatta nell’aspetto ma che lasciava trasparire di tanto in tanto occhiate di reciprocità verso il marito che facevano volare la mia immaginazione. Anche quando non sapevo bene cosa significasse il sesso e per me il massimo della trasgressione, che m’imbarazzava tantissimo, era un bacio scambiato in punta di labbra. Tutto fino ad un certo giorno in cui le cose cambiarono definitivamente.
[…]
Mi piaceva studiare, fin da molto piccola, imparai presto a scrivere ed a leggere anche se non mi andava di dimostrarlo a nessuno tanto che molti pensavano seriamente che avessi dei ritardi cognitivi. A scuola andavo male perché, semplicemente, non mi andava di rispondere. Ed in particolare al maestro che mi fu assegnato in prima elementare che assomigliava in modo impressionante a zio Gustavo. Per me era impossibile farlo.
Mi faceva ribrezzo il solo guardarlo, prevalentemente ascoltavo a testa chinata le lezioni, fu impossibile rapportarmi a lui anche quando ero obbligata.
Tutti dissero che ero una ribelle dopo aver scoperto che sapevo scrivere e leggere benissimo, addirittura meglio di tutti i miei compagni, e per sempre fui bollata con quel marchio indegno che mi trascinai fino al liceo.
Anche per questo ho sempre odiato la scuola, anzi, le persone che là dentro s’incontravano. Tranne uno: il professore di filosofia in quinta ginnasio del quale m’invaghii completamente. Niente di sessuale, non sapendo nemmeno cose potesse significare, un inconscio platonico trasporto che mi permise di sopportare anni così complicati e pieni di buio. O forse, semplicemente, il mio primo vero innamoramento.
[…]

Io ti voglio so che tu un giorno ci sarai perché ho bisogno di te è troppo lunga l’attesa parole inutili riempiono il vuoto senza dare nessun sollievo l’ombra della solitudine oscura ogni pensiero la disperata agonia di chi cerca amore voglio giocare col tuo profilo delineare evidenziandola la linea che ti separa dal resto il tutto dal nulla morbida traccia che mi fa sognare il cuore che aumenta il suo battere e tenerti fra le braccia il respiro affannato d’una sognata unione io ti voglio chiudo gli occhi per sentir meglio passo le mani sul tuo corpo freddo brivido ghiacciato e poi incandescente come lava la tua pelle odora ha il profumo del fascino tremo perché non ci sei ma basta l’illusione il solo piacere che mi da pace a quest'ora essere in te ma poi tutto forse finirebbe troppo presto tutto troppo veloce e repentino la fine di una nuova illusione e forse dell’ultimo sogno ti ho sempre amato oggi come allora ci penso e vorrei averti per riprendermi quegli attimi inutili trascorsi il sapore della tua essenza sta dentro al mio gusto ogni piccolo respiro è filtrato dal tuo sguardo forti sensazioni che mi fanno sentire viva ma una stupida paura m’ha bloccata ogni parola è rimasta chiusa dentro la mia dolente anima il tuo esistere insieme al mio è la perfetta unione di ciò che pensavo fosse la cosa esatta il corretto equilibrio ti ho sempre amato è facile dirlo ora più di quello che pensassi difficile è annunciarlo gridarlo al mondo l’ho capito tardi e forse tu sapevi hai sempre percepito il mio palpitante sfiorarti e anche tu te ne sei innamorato

[…]
Nella vita si conoscono tante persone.
Alcune colpiscono per un particolare, alcune lasciano poco, molte nulla. Spesso si è portati a considerare chi non lascia segno come inutile classificandolo come privo di spunti interessanti.
Ma questo può essere un errore.
La prima volta che non lo feci fu con il professore di filosofia, in seguito con altre due persone fidandomi ciecamente del mio istinto accantonando la ragione. Con il passare del tempo cominciai a comprendere il vero valore di ciò che frettolosamente tendevo a trascurare nei primi momenti. E quasi per magia imparai a comprendere il vero valore togliendomi dagli occhi quel velo di superficialità che non mi faceva riconoscere le cose o le persone importanti.
Ciò che vidi fu una realtà popolata da alcuni che vivevano schiavi del loro modo d'essere. Troppo sensibili e molto vincolati, legati indissolubilmente ai voli fantasiosi della propria mente, sempre attenti ai segnali lanciati della voglia di sognare. In perenne ricerca di forti sensazioni che l'istinto imponeva spingendoli a volte verso gli estremi, sbagliando per inseguire quello che gli altri mai avrebbero compreso. Le regole imposte. Estro e follia, passione ed intensità, genio e sregolatezza, quiete e tempesta.
Iniziai ad osservarli con maggiore attenzione, diventarono spunto e stimolo perché mai cedevano davanti ai ricatti morali e culturali, pur soffrendo per quella contraddittoria condizione, mirabile per me lo sforzo di cercare la propria vera dimensione.
Nella mia vita di persone così ne ho incontrate solo tre.
[…]
Avevo otto anni.
Un pomeriggio a casa di zia Clotilde. La zia, che non aveva figli, era una delle poche persone che mi degnava d’attenzione. Era lei a prendermi all’uscita da scuola e quasi ogni giorno stavo in sua compagnia; mi aiutava a fare i compiti, giocavamo insieme, mi raccontava storie. Episodi divertenti, della sua infanzia, delle vacanza nella casa al mare a Rapallo. S’illuminava quando raccontava delle colazioni in terrazzo dove nel centro troneggiava un vecchio ulivo. E pur non comprendendo come un albero d’ulivo potesse stare nel centro d’un terrazzo non dubitai mai di ogni sua parola.
Zia Clotilde era una donna apparentemente insignificante ma dalla classe innata. Nei modi soprattutto. Fu lei ad insegnarmi come ci si deve comportare anche se quando ero piccola mi sembrava spesso un dittatore per come m’imponeva le regole. Ma oggi la ringrazio. Ancora. Come si sta seduti, come ci si rivolge alle persone, come si deve stare zitti in certi momento oppure parlare in altri. L’importanza della gestione dei gomiti a tavola, non credo di ricordare mai una sua parola fuori posto, un’imprecazione o una frase sbagliata. Eppure in certi momenti ne avrebbe avuto ben donde, con il marito soprattutto, un uomo volgare e pedante. Belloccio ma dall’aria viscida. Con la mano lunga soprattutto riguardo a giovani natiche femminili. Un uomo con il simpatico vezzo dello stuzzicadenti perenne fra i denti, dalla bestemmia facile, con la convinzione che un rutto o una scoreggia condivisi in compagnia rappresentassero qualcosa vicino al massimo dello spasso. Mi guardava con quei suoi occhi doppi e mi sussurrava tu sei pura.
[…]

E’ la frase che ha usato ne sono spaventata un estraneo ha toccato il centro attorno a cui ruoto io lo so ho sempre recitato la parte esatta ad ogni momento mascherare ciò che sono evitare di mostrare la verità sto nascosta mimetizzata in un personaggio opposto cospargo nefandezza su ogni segno sulle tracce pure che lascio copro sotterro inverto la paura di essere scoperta m’ha portata oltre il limite disseminare discordanti elementi sulla strada per separare la natura dall’apparenza mi sento coinvolta invischiata fino a collo bloccata prigioniera obbligata è vera paura o sto solo fingendo mento a me stessa m’inganno sto recitando una parte ciò che resta è la mia fedele compagna di viaggio unica fonte d’ispirazione vera essenza di tutto quello che sono e voglio essere la verità sola strada sicura che conosco e che mai potrò abbandonare

Il professore di Filosofia si chiamava Balducci. Amedeo Balducci. Un uomo sulla sessantina corpulento dalla voce calma e profonda. Capace però di catturare l’attenzione di noi giovani studenti coinvolgendoci con garbo nelle questioni filosofiche che l’uomo s’è sempre posto attorno al se, al mondo in cui vive, alla natura, ai limiti della conoscenza. Anche se non tutti vedevano in lui un riferimento da seguire tanto da farsi lunghe dormite durante le lezioni, altri, ammaliati dalla sua capacità oratoria divennero quasi discepoli.

Ricordo quella voce profonda e ancora mi stimola chissà come l’avrà avuto piccolo o grosso un tenero amante o un depravato un incapace o un esperto forse eiaculava solo a sentire carne fresca e disponibile ahahah mi sto eccitando come allora al solo pensiero


La seconda persona a cui viene fatto riferimento è Fernando, un omosessuale con cui divenne molto amica, un rapporto molto speciale. Infine Cristiana, in un periodo successivo, con cui vivrà esperienze particolari e per lei rivelatrici della natura umana ed anche della sua.