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lunedì 17 agosto 2015

post 169: ventiquattro (tratto da Bordeline – ed. Narcissus 2013)



“Ci sono dei giorni dove la voglia di piangere mi prende così forte da strozzarmi la gola e rendermi il respiro pesante. Ma non ci riesco, non scendono lacrime dagli occhi, i pensieri si bloccano su qualcosa che non riesco a definire. Ho solo voglia di scaricare la mia disperazione, quel disagio mi impedisce di vivere, i rari attimi sereni si rabbuiano all’improvviso. Riesco solo a sedermi sul divano, guardo il cielo grigio dalla finestra, e spero che un rivolo umido finalmente scorra sul mio viso. Quasi fosse quello l’unico segnale rassicurante. Ma nulla accade.
Sono nata in una famiglia borghese, una di quelle realtà in cui l’apparenza è più importante della sostanza, gli abiti griffati dei sentimenti. Realtà domestiche dove guidano genitori che puntano a mantenere sempre e comunque una parvenza di rispettabilità, niente altro che, misera ed arida ordinarietà. E ti fai convincere che sia tutto uno sbaglio. Un calcolo errato di una sedicenne curiosa che in quel mondo dove è nata, sta stretta ed ambisce ad altro.
Allora il collegio, l’università privata, le amicizie selezionate, l’accostamento a modelli comportamentali perfetti.
E poi un uomo.
Credere d’amare una persona solo perché l’hai sposata, ma quella era l’ennesima cosa giusta per loro. Un uomo che guardi senza passione, dal qual ti fai penetrare fissando il soffitto, sentendo con disgusto il suo ansimare da animale eccitato.
Infine la malattia. Il grande paradosso.
La sofferenza che logora il corpo ma fa capire alla mente ciò che realmente importa.
Quanto hai trent’anni e ti strappano quello che la natura t’ha donato per renderti madre, capisci che la tua esistenza è nulla, tutto diviene vuoto e niente sarà mai in grado di riempirlo.
Oggi sarebbe il suo compleanno.
Il ventiquattresimo.
Aver ucciso l’unico figlio che ho generato soltanto perché non ho avuto la forza di amarlo, decidere invece di far decidere, ignorare quella creatura che io pensavo sbagliata invece di credere nel valore della vita, è il peso che porterò sempre dentro e per il quale non riuscirò mai più a sorridere”.

Lettera firmata.
Quando Albertina Stolfi, giornalista della rivista “Madre Oggi”, lesse quella lettera firmata giunta in redazione, non riuscì a far altro che passarsi una mano sugli occhi che si erano inumiditi.
Quelle righe furono per lei come un improvviso fulmine nel cielo sereno; pensò al suo passato.
Quel racconto, così dettagliato ma nello stesso tempo tanto anonimo, la scosse nel profondo. Istintivamente si voltò verso il portaritratti che aveva sulla sua scrivania: dentro la foto di sua figlia Giulia che la guardava sorridendo.
 Si asciugò la lacrima che ormai era scivolata sulla guancia tirando un sospiro di sollievo.

A lei il destino aveva dato un’altra possibilità.

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