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martedì 31 dicembre 2013

   Ma la storia delle elite vendicatrici com’è andata a finire?

   Ultimi anni del ‘900.
    Con l’introduzione dell’euro e l’istituzione di un contesto politico sovranazionale (non guidato da un governo politico ma dalla commissione europea, ente non eletto da nessun cittadino a differenza del parlamento europeo che però, non potendo promulgare leggi se non attraverso il bene placido della commissione, è nei fatti inutile) si è tolta definitivamente la sovranità ad ogni Stato.
    E siamo ad oggi.
    Il caso dell’Italia tutti lo possiamo ricordare.
    Dal trattato di Maastricht e la successiva ratifica con il trattato di Lisbona il cappio al collo sì è definitivamente ed irreversibilmente stretto.
   Perché da lì non si può più uscire, in nessuna maniera, per nessun motivo.
   Ma chi ha permesso tutto questo, cioè, chi ha firmato questo orrore a nostro nome e, soprattutto, senza chiedere ai cittadini alcun permesso?
   La storia parla chiaro: il centro sinistra della politica italiana. Questa è la linea da seguire partendo da Andreatta, poi Prodi e D’Alema, in seguito Ciampi, Draghi…ed oggi Monti. E quando lui finirà seguirà certamente un altro che proseguirà il lavoro lungo quel solco così ben tracciato.
   Personaggi legati a filo doppio all’elite, ed è facile trovare le prove che lo dimostrano (volendolo fare le informazioni sono alla portata di tutti…), soggetti che hanno provveduto ad eseguire le direttive dei loro mandanti distruggendo uno Stato in maniera criminale.
   Hanno permesso l’ingresso nello stato sovranazionale Europa, obbligandoci a perdere la sovranità finanziaria con l’euro, senza chiedere nulla al popolo sovrano. Non so, sinceramente, quanti italiani abbiano letto il trattato di Lisbona, per noi italiani ratificato dal ministro del consiglio Prodi, dell’economia D’Alema, e della Repubblica Giorgio Napolitano il 13 dicembre 2007.
   Con quell’atto è stata sostanzialmente regalata ad un’entità totalmente privata la possibilità irrevocabile di decidere la politica economica del nostro Stato trasformandolo nei fatti in pura nazione geografica, obbligandoci ad elemosinare il denaro per farlo funzionare ad una banca assolutamente privata – la BCE – che ha totale autonomia su importi da prestare, tassi, tempi di restituzione ed altro.

   Tanto per non fare più confusione.
   La BCE è apparentemente la banca dello Stato Europeo: in realtà il consiglio direttivo è composto da 6 membri del comitato esecutivo e dai 17 governatori degli Stati dell’area Euro. Il governatore di Bankitalia S.p.a., per fare l’esempio che riguarda l’Italia, presiede un istituto di cui il 95% è oggi proprietà di privati e non è più nei fatti una Banca dello Stato. Le quote di infatti appartengono ai Intesa Sanpaolo S.p.A. per il 30,3%, UniCredito Italiano S.p.A. per il 22,1%, Assicurazioni Generali S.p.A. per il 6,3%, Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. per il 6,2%, Banca Carige S.p.A. per il 4,0%, Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. per il 2,8%, Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. per il 2,5%, Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. per il 2,1%, Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. per il 2,0%. L’unica parte di proprietà ancora appartenente allo Stato italiano è detenuta dall’INPS proprietario del 5,0%.
   Questo cosa significa?
   Che Bankitalia è una società privata che esprime un governatore che poi rappresenta lo Stato italiano nel consiglio direttivo della BCE (che nella sostanza è una banca privata: posseduta, presieduta, e guidata da società private travestite da banche di stato). L’unico organo che, grazie ad un trattato condiviso firmato dai rappresentanti politici di ogni Stato membro, può dare denaro agli Stati del nostro continente.
   Questa situazione condiziona e condizionerà il futuro nostro e delle prossime dieci (o venti? o cinquanta?) generazioni italiche – almeno - con la sola opzione di sopravvivere all’inevitabile indebitamento attraverso politiche recessive sempre più pesanti nonché la svendita dei beni pubblici rimasti che, evidentemente, gli stessi compreranno decidendone poi il prezzo visto che solo loro potranno avere il denaro per comprarli. Come il più scaltro degli strozzini…
   I governi di centro sinistra hanno stabilito il record europeo assoluto di privatizzazioni (dal 1997 al 2000) mediante le quali hanno sostanzialmente regalato pezzi d’Italia agli speculatori internazionali. E non contenti di ciò hanno privatizzato il debito pubblico vendendolo agli stessi che ora, detenendolo, posso decidere liberamente come e quando farselo restituire. Ovviamente il paese, quello vero, ha dovuto pagare – e continua a farlo - con imposizioni economiche che nemmeno al tempo feudale si erano viste. Ma tutto questo non basta.
   Una volta finiti i gioielli di famiglia e portato il paese nella piena recessione, fra non molto tempo vista l’accelerazione data dall’ultimo governo Monti opportunamente scelto dal Presidente della Repubblica Napolitano, si creeranno sacche interne di povertà con la conseguente “schiavizzazione del popolo” che per sopravvivere sarà costretto ad accettare condizioni di lavoro estreme: meno denaro, più ore d’impiego, meno diritti – nessuno in realtà non essendoci nessun margine di trattativa – sul lavoro. E quando ricorderemo le discussioni che venivano fatte anni prima riguardo le pensioni, ci scapperà da ridere…anzi da piangere disperatamente.
    Una volta ottenuto tutto questo, con un popolo ridotto ad ostaggio, l’elite oramai proprietaria di tutto ritornerà competitiva sui mercati internazionali esportando a miglior prezzo e miglior qualità ciò che noi schiavi produrremo per loro guadagnando rispetto ai loro competitor, USA, Cina, India.
     Ma non finirà qui.
    Come già successo per la Grecia poco tempo fa (tutti ricordiamo la fine del loro leader democraticamente eletto, George Papandreou, che quando propose un referendum popolare rispetto alle condizioni economiche imposte dalla BCE, sparì dalla scena politica in un lampo solo per averlo detto) speculeranno finanziariamente sul fallimento dell’Euro e degli Stati che ne fanno parte. E ci guadagnando solo per il fatto che il fallimento lo decreteranno loro stessi nel momento – economico – a loro più conveniente. Siamo ossessionati dalle famose agenzie di rating, ma da chi sono composte? Nessuno sembra saperlo…

   Tornando un passo indietro, è interessante ricordare come l’attuale Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, un comunista della prima ora, quello che nel 1956 era responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI e condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi che tentavano di cacciare gli invasori Sovietici dal loro Stato (celebre una sua intervista al Corriere della Sera in cui affermava “…l'intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo…”) e nel frattempo partecipava con altri illustri personaggi […] ai famosi meeting presso la Rockfeller Foundation a Bellagio sul lago di Como dove già si stava progettando quello che oggi sta accadendo, sta operando per il “bene” del nostro Stato.
   Eppure era comunista – così si definiva e pubblicamente si esprimeva - ma che allo stesso tempo stava con i capitalisti a tramare sul futuro equilibrio economico del mondo. C’era perché l’elite sapeva, e sa benissimo, che le convinzioni politiche non c’entrano nulla quando si parla di business: il PCI fu identificato fin dal dopo guerra come l’unico attendibile partner italiano vista la sua struttura organizzativa, le sue regole, il modo molto simile ad un’azienda di funzionare. E così fu. Con l’obbligo, imposto ai membri del PCI coinvolti, di essere pubblicamente di sinistra mentre occultamente facevano grossomodo l’opposto.
   E poi il colpo di fortuna inaspettato: l’arrivo di Berlusconi.
   Un ometto opportunista, bugiardo e arricchito, capace di tutelare solo ciò che è suo ma che, a livello dei poteri che contano, valere come il due a briscola. Ed infatti, nel suo primo governo, quanto tentò di abbozzare tematiche politiche che andavano contro le idee dell’elite, fu detronizzato in cinque minuti. E così gli capitò in tutti i suoi deliranti tentativi politici degli ultimi vent’anni costellati da battaglie, per esempio, contro la magistratura – ovviamente infiltrata da elementi appartenenti all’elite – che non gli ha mai dato tregua sfiorando spesso, se non sempre, il ridicolo oltre che il limite della legge. Ma lui era il perfetto paravento dietro al quale continuare indisturbati a procedere con il loro progetto. Il popolo già narcotizzato ed indebitato fu abituato – e senza nemmeno troppo sforzo – alla corrida da stadio. Chi pro, chi contro, Berlusconi ladro - Berlusconi santo. E intanto dietro al paravento…
   Ovviamente mi sto riferendo ad un personaggio di dubbio valore morale oltre che politico ma che, vista la situazione e non reputandolo uno stupido, si è fatto gli affari propri più che ha potuto. Ma il problema non è lui, meglio, è lui da un punto di vista etico e pure giuridico a tratti. Ma qui stiamo mettendo sullo stesso piano di colpa un ladro di polli con chi organizza e compie un genocidio. Reati, certo, ma di entità e conseguenze differenti.

   Ricapitolando:
1 - Togliere sovranità agli stati: fatto.
2 - Totale dipendenza politica ed economica ad un’entità non eletta: fatto.
3 - Creare una spirale di austerità che impoverisca i cittadini senza dare sviluppo: fatto.
4 - Lucrare acquistando beni pubblici a bassissimo costo: quasi fatto.

  Ed ora, che siamo tutti più poveri e vicini al collasso definitivo, quale sarà l’ulteriore colpo da aspettarci?
   Beh, semplicemente, basta osservare come alcuni personaggi italiani influenti si sono comportati negli ultimi quindici - venti anni. De Benedetti e Benetton da tempo sono usciti dalle attività che li hanno resi ricchi e potenti – computer e maglioni – perché evidentemente a conoscenza del progetto si sono saputi muovere per tempo. Infatti stanno, in varie forme e misure, all’interno del sistema dei servizi primari. Acqua, cibo, trasporti, telecomunicazioni, sanità, servizi funebri…servizi fondamentali ai quali nessun cittadino potrà mai rinunciare, per povero che possa essere.
   E quindi l’elite lucrerà ancora e ancora detenendo una condizione di monopolio assoluto ed incontrastabile.

  Fine della storia.

mercoledì 25 dicembre 2013

         Qualcuno propose una partita a Monopoli, ci trovammo seduti attorno al tavolo a fare contrattazioni nel giro di una decina di minuti, io fui messo ad occuparmi pure della banca.
         Succede sempre così: se per un certo periodo ti occupi di una cosa, anche se la tua professione è un’altra, da molti verrai per sempre identificato con quel lavoro. Ed io, nella fattispecie, per un periodo professionale e per necessità collaborai con un istituto di credito. Per questo tutt’oggi vengo identificato da molti con quel mondo. Non che la cosa mi turbi anche se mi da un po’ fastidio; io faccio finta di niente anche se ogni volta che capita per me diventa inevitabile ricordare ciò che ho visto, conosciuto, imparato, sfiorando quel mondo che di certo non mi ha lasciato indifferente. Per come funziona e per quello che rappresenta ma, soprattutto, per ciò che provoca. L’arroganza di chi ha potere perché sta in una banca è clamorosa, moltitudini di stipendiati che solamente seguono supinamente direttive imposte dall’alto. Fanno rabbrividire per come si fanno manipolare ed usare solo per garantirsi il loro posto di lavoro. Ed infine l’orrido: l’irrilevanza di ogni aspetto etico, trasparenza e onestà nei rapporti. Le banche sono sistemi al limite, anzi, oltre il limite della legalità. Dico questo sapendo ciò che dico…fra non molto tempo, quando molti clienti ridotti alla disperazione cominceranno a controllare con attenzione i loro contratti di mutuo, di conto corrente, di leasing, eccetera eccetera, ci si renderà conto di quante cose anomale sono accadute e soprattutto sono state fatte pagare in contraddizione alla Legge…alcune parole da non scordarsi mai: tasso applicato, tasso promesso, oneri e spese addebitati, costi occulti, anatocismo ed usura. Ad ognuno le proprie riflessioni). Le banche sono società private che mirano con ogni mezzo e trucco al proprio fine, che mai corrisponde a quello dei propri clienti, se così si possono ancora chiamare.
La partita andò avanti, finti soldi che giravano, in fondo ci si stava divertendo. Per un attimo incrociai lo sguardo del bimbo che aveva avuto il coraggio d’inorridire ascoltando il racconto del ventilatore. Stava seduto sul tappeto giocando ancora con i suoi nuovi Lego. Gli sorrisi, lui sembrò cupo, poi accennò una smorfia furba.
           Tornai alla partita di Monopoli anche se, sinceramente, continuai a pensare ad altre cose anche se per il ruolo che avevo nel gioco era difficile barcamenarmi fra quei pensieri e una possibilità o un imprevisto, fra Stazione ferrovie Sud e piazza Costantino, essere intento a non finire con un tiro sbagliato di dadi su viale Traiano, cosa che avrebbe significato dolori vista la quantità di edifici già costruiti sopra…
          Dopo una mezz’oretta mi alzai per fumare. I compagni di gioco mi guardarono stizziti, io uscii nuovamente sul balcone, il bimbo dei Lego ancora intento con il suo gioco. Altre due cose avrei voluto dirgli, solo due, dalle quali guardarsi e contro le quali combattere.
            La riserva frazionaria ed il signoraggio.
          Ma come puoi spiegare ad un bambino di quasi otto anni cose del genere? Impossibile. Rientrai e tornai al mio posto. Dopo qualche istante me lo trovai accanto, aveva lasciato i Lego sul tappeto, mi toccò un braccio sorridendo.
“Da grande avrò una banca…” affermò sicuro. La madre sgranò gli occhi sentita l’affermazione gongolando tronfia come un pavone che fa la coda. Il piccolo si sedette sulle mie gambe perché chiara era la sua volontà di aiutarmi con il denaro (finto) che maneggiavo. Lo feci fare e lui continuò a sorridere, io non riuscii a resistere, quello era il momento.
“Posso raccontarti un paio di cose che potrebbe esserti utili al tuo progetto di banca?” annuì con il capo contento anche se attorno mi guardarono con sospetto.
“E’ una cosa seria, nulla a che vedere con ventilatori e…”
“…cacca!” chiuse prontamente ridacchiando.
Alla parola magica cacca anche gli altri bimbi si fecero vicini. Presi una banconota del Monopoli da 100 e gli chiesi quanto valesse. Pronta la sua risposta: 100 soldi.
“Bravissimo: chi è il proprietario di questa banconota?”
“Il signor Monopoli”
“A cosa servono le banconote del signor Monopoli?”
“Beh…a giocare al suo gioco…”
Mi guardò perplesso anche se io annuivo con il capo rispetto alle sue sensate risposte. Gli altri attorno cominciarono a rumoreggiare.
“Sento che vi state spazientendo…ho una domanda per voi…chi fa le regole di questo gioco?”
In coro “Il signor Monopoli!”. E scoppiarono in una risata quasi di scherno.
            Dissi loro di essere molto impressionato da tanta perspicacia. Poi iniziai una riflessione.
“Quindi, tanto per capire, un giorno il signor Monopoli inventa un gioco del quale stabilisce le regole, stampa soldi che servono per giocare e che solo lui può stampare, decide in sostanza il loro valore anche se sono realmente pezzi di carta…”
Mi guardarono perplessi, forse mi ero spinto un po’ troppo oltre, ma il bimbo sulle mie ginocchia mi guardò e disse: “Quei pezzi di carta dovrebbero valere qualcosa…che ne so…valgono caramelle?”.
            Sinceramente restai spiazzato da quella deduzione.
“Caramelle! Risposta esatta.
             Quindi: 100 soldi del Monopoli valgono 100 caramelle…(e tutti annuirono convinti)…in realtà il signor Monopoli ha stabilito una regola diversa. Essendo lui quello che possiede il gioco e deciso le regole ne ha stabilita una che dice (e che nessuno può obiettare a costo dell’esclusione dal gioco) che 100 soldi del Monopoli valgono 100 caramelle più una, cioè 101 caramelle. E quell’una è un suo diritto in quanto proprietario del gioco. Quindi per giocare il prezzo è quello e tutti i giocatori si devono adeguare”.
Il bimbo mi guardò nuovamente. Aveva l’aria di chi aveva percepito un imbroglio.
“Io credo non sia molto corretto ciò che fa il signor Monopoli. Perché mi fa pagare una caramella in più per comprare un suo soldo da 100, cos’è quello, il costo per produrre quel soldo? Mi vorresti far credere che per fare quel pezzo di carta spende come per una caramella?”
Secondo momento d’imbarazzo di fronte ad una mente così acuta. Proseguii nel mio discorso.
“Le considerazione che hai fatto è corretta. Ma c’è dell’altro. Il signor Monopoli possiede pure altre banche. Una per ogni scatola del suo gioco. Ed ha imposto un’ulteriore regola (pena sempre l’esclusione dal gioco) che gli permette di usare il denaro che i giocatori depositano nella sua banca come meglio crede. I giocatori possono depositare denaro nella banca del Monopoli (per esempio 100 soldi che in realtà non corrispondono a 100 caramelle anche se ogni giocatore realmente per averli li ha pagati 101 caramelle) e guadagnare un interesse pari ad 1 soldo ogni 100. Altri giocatori che necessitano di denaro chiedono alla banca un prestito che però costa 6 soldi ogni 100 di interesse. Nello stesso istante il signor Monopoli ha fatto un’altra regola che gli permette di avere una quantità effettiva di banconote nella sua banca che equivale solo al 2% rispetto a quelle raccolte. Cioè, ogni 100 soldi depositati, lui è obbligato dalla regola ad averne sempre a disposizione al massimo 2”.
“E gli altri 98?” chiese sempre il bambino mentre i suoi coetanei erano lentamente tornati ai loro giochi oramai esausti da quel mio racconto evidentemente poco avvincente.
“Li usa come fossero suoi…”
“Ma non sono suoi, sono dei giocatori che li hanno depositati, lui dovrebbe solo controllare che nessuno li rubi…”
“Ma lui è il signor Monopoli, ha inventato il gioco e le regole, non c’è altra possibilità…”
         Il bimbo mi guardò con l’aria esterrefatta, poi sbottò.
“Ma è una cosa orribile! Più della cacca nel ventilatore! Io non posso credere che il signor Monopoli sia così cattivo…che si comporti come il più terribile dei ladri!..io non avrò mai una banca, non voglio che qualcuno mi potrà accusare d’essere un ladro!” e scese di colpo dalle mie ginocchia, lo sguardo nuovamente indignato, mi chiese se quella storia fosse vera. Mentii dicendo che non lo era, che il signor Monopoli realmente non esisteva, scosse il capo e preferì tornare ai suoi Lego. La madre ripose la sua bella coda da pavone, assunse un’espressione da circostanza, e tornò come nulla fosse alla partita.
         Evidentemente non aveva capito nulla di quel nostro discorso mentre il figlio continuò per un po’ a scuotere la testa.
       Per tutta la serata non mi degnò più d’uno sguardo.

giovedì 19 dicembre 2013

Ecco l’altra storia.
Lo so, sono noioso a volte, spesso qualcuno non ha esitato a farmelo notare.
Comunque.
Avevo bisogno di fumare, uscii sul terrazzo al freddo, dalla finestra continuai a guardare il bimbo indignato giocare con i suoi nuovi Lego.
Più lo guardavo più sentivo che meritava d’essere al corrente. Gli avrei voluto parlare di tante cose, sarei partito della rivoluzione francese, una storia di certo non adatta ad un bimbo di forse sette anni. Perché è impossibile parlare di qualcosa a qualcuno che non è al corrente di nulla. Ma la rivoluzione francese è stato un momento topico della storia europea ed anche dell’umanità intera. Perché si è trattato della prima vera e grande ribellione collettiva che è andata a sovvertire un ordine di potere che fino a quel momento aveva guidato il mondo, quello occidentale almeno.
Cioè.
Una minoranza veramente risicata che, in base a dei diritti discutibili ma collettivamente riconosciuti ed accettati, viveva la propria esistenza senza nessun tipo di preoccupazione.
Quindi.
Una maggioranza quasi assoluta a servizio dei primi appesantita, in più, dal senso di colpa che secoli di subalternità aveva insediato nelle loro coscienze.
E la rivoluzione ha spazzato via tutto in poco tempo.
Un equilibrio consolidato si è ribaltato completamente a colpi di ghigliottina, una successione di eventi che ha condotto ad un nuovo ordine delle cose riportando, in realtà, alla stessa situazione precedente. Mascherata però d’altro.
Ma non tutti se ne accorsero.
Spesso è così: non tutti si rendono conto di ciò che capita quando capita e perché qualcuno ha deciso che capitasse. Semplicemente pensano che sia successo. E quello basta.
Finii la prima sigaretta e ne accesi un’altra.
Guardai ancora il bimbo che con i Lego ci sapeva veramente fare. Mi sarebbe piaciuto fargli una domanda per conoscere la sua risposta, visto quanto aveva dimostrato d’essere sveglio, anche se intimamente sentivo che era una necessità mia più che sua.
“Secondo te dove sono finite le persone scampate alla ghigliottina, i parenti e gli amici di quelli che persero la testa, insomma, quei gruppi che avevano detenuto il controllo e l’ordine fino ad allora. Spariti? Tutti uccisi? Oppure no?”
La risposta è: oppure no.
E allora, dove sono finiti?
Il discorso è molto articolato: molti pensano che gli eventi epocali della storia dell’umanità avvengano solo per una serie di determinate cause, altri pensano che c’entri pure il caso, pochi ma con grande convinzione pensano che dietro ci sia sempre e comunque una cospirazione.
Per evitare sterili infinite discussioni è utile osservare solo e una cosa. Chi guadagna e chi perde da una situazione che accade. La vita è come una bilancia dove i pesi si spostano da un piatto all’altro ma che poi, per convenienza comune, deve – anche forzatamente - riequilibrarsi in qualche modo onde evitare un ribaltamento definitivo. Il ribaltamento a nessuno serve, il mischiare i fattori invece si.
Anticamente gli uomini ascoltavano prevalentemente il proprio istinto: quindi alla violenza rispondevano con la violenza. Poi c’è stato uno sviluppo più intellettuale del contrasto anche se la violenza aveva sempre l’ultima parola e nella maggior parte dei casi la legge del più forte decideva le sorti dei contrasti.
E se due persone litigavano senza trovare accordo? Lo sviluppo dell’umanità ha portato a considerare che per ragioni valide l’ultima parola non l’aveva sempre e solo chi sopravviveva fisicamente all’antagonista.
Ho sottolineato le parole ragioni valide perché stanno al centro della questione. E sono l’aspetto che più si è evoluto nel corso del tempo: dapprima come pura sopravvivenza per poi trasformarsi in interesse ed infine controllo. Attraverso un mezzo unico che li concede: il denaro.
Torno per un attimo alla ghigliottina della rivoluzione francese e alla domanda che avrei voluto porre al bimbo indignato: dove sono finiti realmente i rappresentanti del potere sovvertito scampati a quella rivoluzione?
Ripercorrendo la storia.
L’onda rivoluzionaria scatenatasi in Francia, tra alti e bassi, si sviluppò ed attecchì in tutta Europa. Ovvero: il pensiero illuminista di democrazia partecipativa si diffuse e prese piede in molti stati. Si era passati da un potere assolutistico ad uno democratico e partecipato, l’ordine sociale che seguiva i dettami feudali venne ribaltato, il potere decisionale ed economico con il conseguente miglioramento delle condizioni generali, distribuito più omogeneamente fra le persone. Le elite (uso per la prima volta questa definizione, della quale non posso rivendicare la paternità ma che spesso userò, sapientemente introdotta dal giornalista Paolo Barnard nel suo illuminante saggio “Il più grande crimine”) dopo aver sempre dominato il mondo dovettero nascondersi onde evitare lo sterminio. Ma nell’ombra cominciarono a riorganizzarsi, a studiare il modo per riconquistare ciò che era stato in loro possesso, e dopo poco più di cent’anni d’ombra misero in moto la loro macchina di vendetta. Che sta dando loro, oggi, frutti ancor maggiori di quelli che forse s’immaginavano.
Brevemente.
La democrazia partecipativa (o diretta) è la forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico. Questo meccanismo diventa formidabile e garantisce Liberté, Égalité, Fraternité. Negli anni venti del novecento alcuni illustri economisti teorizzarono un sistema che potesse abbattere questo pilastro attorno al quale si sostenevano le democrazie evolute europee che così concepite avevano assunto un grande potere potendosi gestire indipendentemente. Alcune persone culturalmente evolute, sponsorizzate occultamente dalle famose elite, misero le loro capacità al servizio di un programma veramente diabolico e devastante.
Il primo passo: togliere al popolo la capacità di essere lucido e decretare liberamente e democraticamente le proprie decisioni. Il popolo europeo – italiano perché io lo sono e quindi mi riguarda – è stato narcotizzato con dei falsi miti partendo del consumismo dagli anni sessanta. Convincendolo del fatto che se non hai non sei, imbarbarendolo culturalmente e convincendolo che il metro di paragone erano quelli che ce l’avevano fatta, e solo quelli. Quindi il popolo per avere ciò che gli serviva per essere s’indebitò scendendo a patti con chi gli dava il denaro. Le banche. Nel frattempo le elite iniziarono una campagna di fidelizzazioni di nuovi adepti, con foraggiamenti economici ingenti, aprendo a loro il pensiero rivoluzionario attraverso l’istruzione (dai libri di testo economici alle università) per creare una nuova generazione elitaria da inserire pian piano – subdolamente - all’interno dei posti di potere, dalle banche ai governi, dai consigli di amministrazione alle società pubbliche. Diretti come burattini, e nemmeno troppo occultamente, da fondazioni create ad hoc nelle quali si ripeteva solo un unico mantra, la nuova necessaria via da percorrere.
Quindi estromesso il popolo perché indebitato e narcotizzato da falsi miti da inseguire per sentirsi adeguato, con i nuovi adepti inseriti nelle varie stanze dei bottoni, cominciarono dall’interno a modificare le regole democraticamente stabilite dagli stati inserendo opportune modifiche o regole o Leggi del tutto nuove e, quando i tempi furono maturi – nel 1993 e successivamente nel 2007 attraverso l’unità europea - far calare la lama della ghigliottina non dando più possibilità di scampo attraverso l’imposizione dell’euro.
Ghigliottina prima, ghigliottina dopo.
Ma prima del taglio definitivo una bella accelerata: l’introduzione di uno spauracchio, anzi due, inesistente nella realtà dei fatti chiamati debito pubblico ed inflazione. Nessun economista – intellettualmente onesto - ha mai spiegato che per uno Stato sovrano il debito pubblico non è un problema in quanto è nei fatti si tratta di un debito che ha verso se stesso e quindi rappresenta semplicemente il livello di benessere dello Stato stesso. E che l’inflazione è lo strumento, opportunamente creato, per tenerlo sotto controllo. Ma questo spauracchio diffuse il terrore nelle incompetenti – o complici? – amministrazioni degli stati: quindi tagli, austerità, ancora una volta mettersi contro i diritti del popolo. E con quella idea oramai diffusa, percepita come verità assoluta, ogni cosa divenne plausibile.
Finita la terza sigaretta, congelato per metà corpo, rientrai e pensai che sarebbe stato meglio distrarmi con altri pensieri.
Evitai d’incrociare lo sguardo del bimbo indignato.

lunedì 16 dicembre 2013

         Durante le ultime vacanze natalizie ho avuto a che fare con bimbi indaffarati a scartar regali. Con il loro entusiasmo contagioso, con la luce negli occhi carica di pura meraviglia, con la serenità per ciò che stavano vivevano. Inno alla loro stessa essenza. Gioia che produce gioia.
       E parteciparvi, a quella felicità, è quanto di più sano possa esserci per un adulto disincantato che oramai, traviato inevitabilmente dalla realtà, ha smesso di credere ai sogni. Ed ha smesso di pensarli come un’opportunità.
         Mi sono chiesto come sarà il loro risveglio. Perché prima o poi avverrà.
        Credo di saperlo purtroppo.
        Brusco, brutale, improvviso.
         Come piombare dentro ad un incubo senza che nessuno te lo abbia annunciato, ignorandone i motivi, sentendosi pure in colpa a prescindere.
          Ecco, è questa la cosa che più mi turba, rubare l’innocenza a chi non lo merita perché non ha colpe.
         E non è solo una questione di bambini a cui viene tolto anche solo il desiderio, è una questione diffusa a tutti, forse la miglior metafora che si possa trovare.
         Ma io, si proprio io, come avrei potuto spiegare tutto quello che vedo e che tanto mi terrorizza a quei bambini?
         Feci un respiro profondo.
          Ci provai.
         “Cari bambini, voglio raccontarvi una storia, v’interessa?”
         L’entusiasmo salì, alcuni mi guardarono strano, altri ancora indaffarati con i loro regali tentennarono. Alla fine però catturai la loro attenzione.
         “Tutti sapete cos’è un ventilatore?”
         Un coro di si, l’attenzione salì perché curiosi di ciò che avrei detto dopo, anche se un paio ricominciarono a guardare i loro doni.
         “Tutti sapete cos’è la cacca?”
         E la parola cacca, detta ad un bambino, ha un effetto magico.
         Ad un adulto devi dire merda e forse avrai la sua attenzione. Ad un bimbo la parola cacca fa subito scappare un sorriso imbarazzato.
         Attenzione conquistata definitivamente.
         Frasi a commento dei piccoli ascoltatori ancor più carichi di aspettative.
      “Bene, facciamo uno sforzo d’immaginazione, vi chiedo di pensare con le vostre menti. Ognuno con la propria.
        Un signore un po’ burlone un giorno decise di fare una cosa per lui divertente: corse in cantina dove ricordava d’aver messo il piccolo ventilatore che durante l’estate amava spararsi a tutta velocità in faccia quando il caldo si faceva insopportabile. Lo posizionò sul pavimento con le pale rivolte verso l’alto, poi inserì la spina nella presa, l’accese girando l’interruttore. Prima lento poi alla velocità massima.
        E ora la parte buffa.
        Si abbassò i pantaloni, poi le mutande, si mise con il suo bel…sederone rosa sopra il vento delle pale. E poi iniziò a spingere…”
        Scoppiò una seconda risata ancor più imbarazza. Il più sveglio del gruppo, seppur in evidente difficoltà perché sentiva l’occhio della madre che lo controllava a poca distanza, brillantemente chiuse il buffo aneddoto apostrofando l’uomo del racconto come uno stupido: era ovvio per lui che fare la cacca sopra le pale di un ventilatore che girano vorticose significava semplicemente riprendersela schizzata addosso in un istante.
         Risata generale. Commenti ironici dei piccoli, rispetto alla cacca deflagrata, alle mille tracce ovunque attorno.
         Il meno spigliato del gruppo invece rimase in silenzio osservando la scena, io con una faccia evidentemente divertita per le reazioni provocate, i suoi coetanei dispersi in elaborazioni per lo più schifose della situazione raccontata, lui sempre più chiuso nei suoi pensieri. Poi d’improvviso si alzò e gridò:
       “Ma è una cosa terribile!” prima di andarsene indignato.
        Ecco, è questa la nostra storia.
         La storia dell’umanità che implacabile si ripete senza che mai qualcuno abbia l’onestà ed il coraggio di quel bambino.
         Nessuno, o pochi, hanno il coraggio d’infuriarsi di fronte all’improponibile. Siamo stati addomesticati a tutto, siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa, siamo stati istruiti alla sottomissione.
        Ed è sempre stato così.
        Banalmente.
       Da una parte ci sono i buoni – così c’hanno detto -, dall’altra i cattivi – anche questo c’hanno sempre detto -, in mezzo la lotta che separa e che diventa a seconda del momento elemento d’unione o distacco – questo invece non ce l’hanno mai detto chiaramente offuscandolo con storielle d’opportunità -.
       L’uomo combatte per avere quello che non ha e per farlo guerreggia con un altro uomo che detiene l’oggetto della contesa.
       E’ molto semplice, intuitivo, fa parte della natura umana. Un istinto.
       Ma la storia che avrei voluto raccontare, che invece ho evitato a quei bambini nel timore di rovinare quel momento da sogno, forse sperando di posticipare la loro inevitabile perdita di verginità intellettuale, era un’altra.
      Una storia di cui nessuno ha mai voluto parlare.

venerdì 13 dicembre 2013


A proposito di popoli narcotizzati impegnati in lunghi sonni più o meno beati.
Un giorno mi trovai a parlare di Brigate Rosse. Con una persona che aveva frequentato quel mondo, che ne era stata parte anche attiva, che aveva visto e sentito ciò che non si può dire tanto meno bisbigliare. Passaggi d’una esperienza personale vissuta e voluta fortemente perché sentita come necessaria, racconto che si snodò fra nomi, date, episodi. Alcuni divertenti, altri meno, fino al mesto finale.
Una generazione di persone che hanno creduto alla lotta armata come unica possibile risposta al raggiungimento di un nuovo ordine sociale. Fallita perché troppo compromessa da presunzioni personali, tradimenti, ribaltamento di ideali, compiuta da molti come unica possibilità per esistere politicamente da altri, quelli che alla fine hanno vinto, come una mera opportunità individuale.
Molto forte era con la convinzione – forse presunzione – di rifarsi agli eroici atti partigiani della seconda guerra mondiale (ancora una volta sti’ poveri partigiani…) puntando le proprie armi contro un nemico che finalmente avevano individuato, gridando slogan che erano già banali luoghi comuni appena venivano pronunciati.
Ma c’è chi ci ha rimesso la vita, e non è stato certo parte di uno scherzo, molti non si sono mai accorti accecati dalla loro convinzione della sofisticata macchinazione messa in atto da chi – il vero nemico che li ha guidati senza farsi scorgere – scaltramente li ha usati ora come strumento di propaganda, ora come arma per annientare un “suo” nemico, infine come utile spauracchio da insinuare nella pubblica opinione per confondere, impaurire, distogliere l’attenzione dai veri obiettivi e dalle vere ragioni. 
Tempo dopo qualcun’altro tornò a parlarmi di Brigate rosse. Una persona che per motivi professionali si stava occupando di quel periodo della storia italiana. In particolare dell’episodio legato al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro. Raccontò cose che mi lasciarono senza fiato: a distanza di tanto tempo dai fatti, su quella persona, fu riversato un interesse quantomeno anomalo per ciò che stava facendo. E da varie parti. Nel senso che appena si seppe che stava scrivendo sulla vicenda Aldo Moro e pure attorno, cominciò a ricevere materiale – anche TOP SECRET -, inviti a cena da “veri” potenti che si dimostravano molto interessati a quel lavoro incensandolo ambiguamente, personaggi che comparivano per poi scomparire nell’ombra non prima d’aver raccontato qualche spiffero che mai prima s’era sentito. Ed infine il suo resoconto, chiaramente espresso in forma romanzata per necessità, che nella sostanza però delineava un quadro ben diverso da quello che era stato raccontato dalle fonti ufficiali.
Eppure, se devo essere sincero, quella lunga storia mi tolse il fiato soprattutto per i dettagli inediti che conteneva più che provocarmi scompensi emotivi per la brutalità del contenuto. Non c’era nulla che mi sorprese tanto da spiazzarmi, le idee che avevo riguardo a quella vicenda furono solamente confermate da chi le aveva studiate avendo pure a disposizione materiale nuovo, l’ennesima conferma alle mie perplessità rispetto a ciò che appare, anzi, a tutto ciò che ci viene fatto credere come apparso.
Ora, chi è stato disturbato dalle mie parole, può tornare a coricarsi serenamente.

martedì 10 dicembre 2013

Italia: nazione composta da gente che dorme narcotizzata.
Gente che non ha idea di ciò che accade ad un palmo dal proprio naso, gente che non sente la necessità di un cambiamento repentino di rotta quantomeno culturale, gente che non capisce di dover lottare per riappropriarsi dei propri sacrosanti diritti, gente che non pensa d’individuare i colpevoli e secondo le leggi esistenti condannarli non prima d’aver restituito ciò che hanno preso indebitamente. Gente che non sa cosa significa essere patrioti, che amare il proprio Stato significa amare se stessi, gente che non sa vivere di principi e valori. Gente che non sa e preferisce, nonostante tutto, continuare ad ignorare.
Ma che senso ha tutto questo?
E’ solo uno sfogo oppure c’è dell’altro?
Sono le parole di un provocatore – come molti mi considerano – o forse di un kamikaze pronto al martirio? Un terrorista financo?
In realtà niente di tutto ciò, non voglio provocare nessuno, è solamente dare libero spazio ai miei pensieri. E poi i kamikaze ed i martiri non mi piacciono. E nemmeno i terroristi. Perché sono fasulli, nel nome di un principio compiono atti disumani giustificandosi a priori attraverso l’uso di quei nomi con cui amano essere conosciuti, un po’ troppo comodo.
Due parole - due - attorno a questo punto, tanto perché mi piace chiamare le cose con il proprio nome, tanto per fare un esempio capibile. Ed inquadrare chi sono gli italiani che si nascondono dentro al fatto di essere medio, nascosti e protetti dalla massa, quelli apparentemente privi d’opinione.
Parlavo di martiri, kamikaze, terroristi, o come li si voglia definire.
Chi uccide deliberatamente un altro individuo è semplicemente un assassino. Le persone, in altro modo chiamate, rappresentano la facciata usata per mascherare omicidi. Certo, ci sono situazioni e situazioni, contesti, momenti storici, tanto diversi ed articolati che generalizzare è sbagliato. Ad esempio. Se posso comprende un kamikaze giapponese ma non accettarlo anche se solo spinto dalla disperazione, non lo posso comprendere ne accettare da un mussulmano estremista che in nome di una religione superiore ed unica – a suo dire, anzi, a dire di qualcun altro che parla per lui - fa ciò che fa. Perché dietro c’è sempre altro (è ben noto il meccanismo economico che favorisce il “sacrificio” di qualcuno per il beneficio di altri, normalmente i componenti della sua famiglia d’origine). Nessuna religione, nessun corano, nessuna guerra di civiltà…banalmente soldi e potere.
Ma questa non è prettamente una questione legata ai mussulmani estremisti, non vorrei essere frainteso, è semplicemente l’esempio più facile e comodo che tutti usano quando si parla, appunto, di martiri o kamikaze o terroristi. La storia dell’umanità è costellata di tanti esempi, ognuno diverso, complessivamente identici nelle volontà.
Quella della rivendicazione del potere e del dominio politico e/o economico.
Le vicende più note – o forse note ai più, anzi, ai meno… – sono ben documentate. Fin da ciò che accadde nell’ottocento durante le colonizzazioni che le nazioni europee egemoni operarono in altri parti del mondo. Dagli olandesi con la conquista di Giava, in Mozambico con i portoghesi, ai tedeschi in Africa Orientale, centinaia di migliaia di morti. Ma anche a Tahiti, la quasi completa estinzione di popoli come i Canachi, i Māori, i Tasmaniani. E come scordarsi di quello che precedentemente accadde durante le colonizzazioni europee delle Americhe: i popoli nativi praticamente sterminati. Ed anche in Patagonia da parte degli argentini nei confronti delle popolazioni indigene. E poi l’Africa. In Congo il re belga Leopoldo II fu responsabile di oltre 10 milioni di morti. In Costa d'avorio, nel Sudan dominato dagli inglesi, i tedeschi in Namibia. Milioni di morti. E nel novecento, durante la grande guerra, il genocidio degli Armeni del 1915, e le azioni dell’impero Ottomano contro i Cristiani di Rito Assiro-Caldeo-Siriaco e contro i Greci. Poi il Terzo Reich germanico di Hitler e la Russia di Stalin durante la seconda guerra mondiale. Ma pure più recentemente la Cina di Mao Tse-tung tra gli anni 50’ e 70’ del novecento durante la rivoluzione culturale. Milioni i morti.
Continuando a ricordare senza ordine cronologico, la Romania di Ceauşescu e signora dove furono compiuti atti disumani contro il popolo. Ed in Bosnia durante la guerra nell’ex Jugoslavia, in Georgia, nel Kosovo. Ma pure negli anni sessanta a Zanzibar, poi in Nigeria successivamente alla nascita della Repubblica del Biafra. In Burundi, in Rwanda con le varie dispute fra Hutu e Tutsi partite negli anni sessanta fino al genocidio del 1994 con milioni di morti. Nel Sudan occidentale – Darfur -. I Khmer rossi in Cambogia negli anni settanta, Timor Est con l'occupazione indonesiana, in Iraq durante il regime di Saddam Hussein con le persecuzioni ed uccisioni di massa del popolo Curdo. Ma pure in Italia con le persecuzioni durante il fascismo. Le foibe tanto per non scordare.
Un lungo elenco che potrebbe anche proseguire con altri fatti meno noti. Ma non importa. Uno solo è il concetto che deve risultare chiaro ed inequivocabile.
Chi uccide è semplicemente un assassino e lo fa per ben precise ragioni d’opportunità. Il numero dei morti è la semplice conseguenza dei suoi atti. Atti a volte poi descritti semplicemente dalla cronaca con parole tipo guerra o sinonimi.
Oggi chi usa le parole martire, kamikaze, terrorista, senza saperne profondamente il significato, diventa complice dell’occultamento della verità. Perciò suggerisco, omicidio, genocidio, sterminio.
Fine delle due parole – due -. 
         M’imbarazza il silenzio e l’approssimazione che c’è attorno a certe questioni, tipo quella che ho usato poco fa ad esempio, dove l’italiano medio generalizza banalizzando. Perché non sa e non vuole sapere. Quindi. Un terrorista è certamente un mussulmano, il genocidio è solo quello dei forni ad Auschwitz, il kamikaze è un suicida giapponese o quello delle torri gemelle a N.Y.
E lì finisce di ragionare. 
Anche per questo di veri patrioti, oggi, ne esistono pochi. Perché ogni italiano ha il proprio privilegio da difendere. Perché siamo un popolo che quasi mai sente che ne valga la pena. Perché siamo un popolo furbetto e tendenzialmente mafioso. Ed anche ignorante.
         Dovremo aspettare una nuova Oriana Fallaci per discutere pubblicamente di tutto questo? O possiamo farlo prima assumendoci, ognuno, le proprie responsabilità?
Almeno quelle relative alle proprie opinioni? 
Ed intanto, mentre la moltitudine italica continua beatamente a dormire, personalmente voglio combattere questo sonno cercando di capire. Per avere un’opinione della quale assumermi il peso.

sabato 7 dicembre 2013

Ricordando e riflettendo.
 
Globalizzazione.
 
A fine luglio 2001 ci fu il G8 a Genova.
Fui invitato, da parte di un gruppo di persone che conoscevo e che si stava organizzando da tempo, ad unirmi alla loro spedizione. La tensione saliva più si avvicinava quel giorno, ricordo come quella loro carica mi parve subito stranamente ostile, mi sembravano pronti a scattare come molle cariche. Continuavano a ripetere e ripetersi slogan di un altro tempo come fossero mantra ai quali aggrapparsi per cercare ulteriori conferme o forse giustificazioni. Mi dava sinceramente fastidio quel clima. La loro idea, a quella maniera collettivamente condivisa, era “far sentire forte” la propria voce. Nulla di violento dicevano, una protesta pacifica garantivano, una pura dimostrazione d’idee politiche e sociali assicuravano. Di certo agli antipodi di quel mondo che andava sempre più globalizzandosi. Quella parola non piaceva proprio (ne a loro ne a molti altri) e quando veniva usata li faceva ringhiare come cani pronti ad attaccare. Non mi sentivo comodo a vederli, mi procuravano fastidio, declinai l’invito. E venni criticato. Le mie sensazioni erano diverse perciò inevitabile fu per me quella scelta. Fondamentalmente non ero distante dai loro punti di vista (e da quelli di migliaia di altre persone che poi presenziarono) bensì nella modalità. L’ho sempre pensato e poi constatato nelle occasioni in cui mi sono trovato vicino - o nei pressi - di situazioni o movimenti di protesta, fin dal tempo delle occupazioni all’università negli anni 90’, a varie manifestazioni pubbliche, dalle piazze ai centri sociali, finendo oggi al Teatro Valle occupato.
Non ho mai creduto che qualcosa potesse cambiare solo perché ci sono persone che urlano violentemente a squarciagola. Anche se possono avere una parte di ragione.
 
Chi andò a Genova raccontò poi il delirio vissuto, le cariche della polizia, le manganellate, i fumogeni, il panico e le tante corse con la sensazione reale di rischiare la pelle solo voltando un angolo di strada. Il tutto riportato con il piglio orgoglioso d’un sopravvissuto alla guerra, forse, un reduce.
Sinceramente.
Da sempre penso alle persone che hanno questa modalità d’esprimersi, nella maggior parte, come puri amanti del farsi una scampagnata in compagnia, perché sono occasioni goliardiche unite spesso al farsi le canne, a cantar insieme “Bella ciao” sentendosi dei novelli partigiani in grado, con presunzione, di cambiare il mondo. Certi di essere dalla parte giusta. Sordi al contraddittorio. Invasi da uno spocchioso atteggiamento di superiorità. Niente di più.
Ma che ne sanno loro dei partigiani, mi sono sempre chiesto, di quelle storie che molti di loro amano riportare come simbolo del patriottismo più audace. Sapessero invece quanta ostilità si celava in tanti di quei protagonisti, c’era il bene ma pure tanto male, molti furono quelli che colsero l’occasione al volo per regolare i propri conti personali e posizionarsi in posizioni di vantaggio attendendo il futuro che di li a poco avrebbero vissuto. Odio l’arroganza di chi pensa che la propria visione sia quella giusta a prescindere o solo perché sventola una bandiera rossa, chi s’arroga il diritto di rappresentare ciò che si pensa debba essere – per ovvietà, anzi, banalità - il mondo a sinistra, chi sente d’esser l’unico autorizzato a sedersi vicino alla base, agli strati sociali più deboli, a quelli da tutelare. Al popolo. Ma ne sono così sicuri o solo lo presumono? Cosa vuole dire per loro, nella sostanza, esprimere opinioni? Semplicemente urlare sfoghi al vento con quanta più voce possibile, e magari sottolinearlo menando le mani, ma son proprio certi sia quella l’unica strada, la migliore?
Credo si tratti di pura ipocrisia.
E’ come oggi per i NO-TAV. Non significa esserlo solo per quello che si vede, solo una piccola porzione di essi sono cittadini indignati, perché gli stanno sfasciando il territorio e le attività davanti casa a causa di progetti assurdi. Gli altri, quelli che si sono aggregati, fanno parte di quella massa che più o meno ama fare scampagnate. Ed ognuno di questi lo fa per un proprio piacere; chi per scontrarsi con i poliziotti, chi per urlare cose che mai potrebbe dire nella propria vita, chi semplicemente per farsi la solita immancabile canna in compagnia.
 
Ognuno è libero di pensare e poi fare quello in cui crede. Personalmente mi sono sempre imposto di non scordare mai il senso di ciò che faccio, innanzi tutto per tutelare me stesso, riconoscendomi semplicemente i veri motivi che mi spingono a fare una scelta.
 
Per tutto questo non andai a Genova.

mercoledì 4 dicembre 2013

Italia.
La mia terra.
Il luogo dove sono nato, mi sono formato, e dove desidero giacere per l’eternità.
Lo so, sembro un patriota ottocentesco, ma è questo ciò che sento nel mio profondo.
Ma purtroppo l’Italia è altro.
Oramai l’Italia non è più uno Stato ma solo una nazione. Piccola e poco significante dal senso meramente geografico.
Confini che delineano uno spazio gestito da chi non ha di certo un sentimento né un interesse romantico – quanto il mio forse – ma puramente egemonico e strategico. Insieme di genti d’origini culturali diverse, mai condivise e obbligate all’unione attraverso la forza. Una nazione che rappresenta – metaforicamente – ciò che accade nel mondo attuale: un mix convulso di culture, abitudini, regole, poteri, che ad ogni minima occasione si scontrano. Spesso sanguinosamente. Mascherandosi dietro parole roboanti ma prive di concreto significato.
Tipo.
Globalizzazione.
Una nazione dove i valori morali e civili essenziali alla serena convivenza sono sempre superati dalle convenienze di parte.
Ed un popolo, quello italico, vivo e vitale quando esulta sbandierando il tricolore dinnanzi al gol decisivo della propria nazionale di calcio, in realtà pregno d’una desolazione quasi funebre che tende con vergogna provinciale a celare, morti ancora vivi che non hanno il coraggio – né capacità, né conoscenza – d’essere popolo vero degno di avere uno Stato che li rappresenti.
Gente assuefatta all’abitudine come regola di vita. La più infame delle malattie, che fa accettare qualsiasi cosa, qualsiasi dolore e qualsiasi disgrazia, accettando tutto come fosse inevitabile.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose, s’impara a portare le catene subendo ingiustizie, si soffre rassegnandosi al dolore, alla solitudine, a tutto. L'abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente e cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d'averla addosso ogni gesto è ormai condizionato, e non esiste medicina che possa guarirci.
E questo ci è stato iniettato senza che ce ne accorgessimo, la storia parla chiaro, eppure si continua ad accettarlo supinamente.
Tempo fa scrissi una lettera inviandola poi a […] va beh, tralascio il mittente che non ha degnato d’attenzione le mie parole, era un momento particolare dove la mia visione delle cose cominciava a farsi un po’ più nitida tanto da apparirmi per quello che purtroppo era. E sempre più è.
“Mi permetto d’esprimerle il mio apprezzamento per ciò che fa. Mi chiamo […] mi occupo di […].
Devo essere sincero, e non lo dico con tono snob ma solo per amor di verità, è da poco che la seguo con attenzione specialmente dopo la sua partecipazione televisiva a […]. E’ da anni che la mia visione delle cose, aspramente criticata da molti, anche causa della mia ghettizzazione professionale, si sta rivelando corretta a tal punto da incutermi terrore. Ed il vivere in una società cieca e sorda m’inorridisce a tal punto da rendermi pronto ad affrontare qualsiasi cosa. E, purtroppo, pensare che sarà inevitabile [...] ma solo io ho capito che siamo in guerra? Da una parte l’inerme moltitudine – consenziente - destinata alla schiavitù e dall’altra la cricca che porta avanti "un progetto" con spietatezza ed accuratezza che fanno rabbrividire. Mi chiedo dove stia rintanata la coscienza delle persone, di quelli che pensavano che il problema fosse solo accantonare il vecchio Presidente del consiglio con il suo governo – Berlusconi - e suonavano la marcia trionfale accogliendo il nuovo – Monti – […] c’era gente davanti a Palazzo Grazioli con gli strumenti musicali che lo faceva veramente, io li ho visti di persona! […] ignorando il pericolo che si profilava all’orizzonte […] Ma cazzo! […] questa gente non ha mai avuto a che fare con il proprio direttore di banca quando ti ordina di rientrare immediatamente perché sei in rosso sul conto […] mi chiedo, di fronte a lui suonerebbero e suoneranno la stessa marcia trionfale? […] nessuno ha capito che siamo in una società dove l’informazione, che decreta potere spostando le opinioni, viene clamorosamente manipolata a convenienza sulla base della quantità e non della qualità? Dove si crede a ciò che viene ripetuto all’infinito – normalmente falso - piuttosto a ciò che è realmente vero? Nessuno si rende conto che la verità viene confusa e sostituita dall’opinione?
Sembra che nessuno desideri più riuscire ad essere se stesso...pensare con la propria testa, ascoltare il proprio cuore, fare i conti con la propria coscienza.
E nemmeno l’ennesimo campanello d’allarme germanico induce la gente a farlo: sembra che nessuno conosca la storia dell’Europa, partendo dall’oro rubato dai Visigoti ai Romani, passando dal Sacro Romano Impero di Carlo Magno finendo ad Hitler, chi ha combinato sempre i più grossi guai? Guerre, eccidi, saccheggi, miserie, morte […] purtroppo c’è sempre un tedesco di mezzo […] e noi italiani pensiamo che nelle occasioni importanti “tanto li battiamo” nessuno può scordare il 4-3 che gli abbiamo rifilato ai mondiali di calcio in Messico nel ’70 […] siamo pieni di esempi mirabili, esplicativi, chiarissimi. Ma quanti Berlusconi (quell’uomo è solo un emblema: un uomo che compra ciò che gli piace – di ogni genere merceologico, soprattutto, sesso - senza conoscere vergogna e ponendosi come moralizzatore, in pratica, il prototipo dell’italiano medio. Quello del vorrei ma non posso, quello che pubblicamente denigra ma che intimamente adora. Ma ci si scorda sempre che quello è un problema morale solo suo; e non basta biasimarlo per i suoi comportamenti opportuni vista la posizione occupata, bisognava biasimare chi ha permesso che un personaggio simile salisse – e non scendesse – nel nobile campo della politica visto il suo poco – orami noto a tutti - profilo umano […] nello stesso tempo mi piacerebbe pure conoscere le madri delle signorine presenti alle sue cene eleganti e sentire la loro opinione sulle…proprie figlie. Berlusconi, un uomo che sparirà politicamente solo quando un Dino Grandi qualunque lo tradirà, quindi, bisogna solo attendere), Monti (nessuno ha mai letto il suo curriculum professionale? Eppure in rete si trova facilmente. E’ quantomeno bizzarro, come del resto quello di molti suoi amici ministri…comunque…pure lui sparirà quando avrà fatto ciò che i suoi “padroni” gli hanno ordinato, non prima quindi d’aver provocato tanto dolore) […] e tutta quella massa di parassiti sostenuti da uno Stato trasformato in pappone che accudisce, per esempio, brigatisti “esiliati” e mantenuti d’ogni rango dimenticandosi sempre dei propri buoni cittadini […] concludendo con i due colpevoli comprovati della situazione odierna, Prodi e D’Alema (spariti o in via di sparizione ma, come nella più classica delle tradizioni della sinistra, dopo essersi assicurati il proprio personale tornaconto nonché un salvacondotto contro ogni evenienza…e pronti comunque a “ricicciar” fuori alla prima occasione utile), i veri esecutori materiali – soprattutto il primo - della truffa “Euro”. E non voglio parlare della Chiesa, troppo facile, con il Pastore Tedesco sul trono (chissà lui, invece, che fine farà…). Toh, un altro germanico […] mi chiedo quanti dovranno passarci con le scarpe chiodate sui genitali prima che qualcuno senta quantomeno un fastidio? e non dico dolore […] ma sperare che chi non vuole (o non può) capire capisca, è opera degna d’un francescano o di un masochista […] l'unica strada percorribile, che ho sempre intrapreso inconsciamente prima e consciamente ora, è quella di compiere o provare a compiere il tentativo di una "rivoluzione culturale". Partendo dal basso. Provare con le mie capacità a svegliare le coscienze addormentate: rendere evidente la necessità di osservare oltre il proprio micro-cosmo, continuare sempre e comunque ad interrogarsi rispetto a cosa è giusto e cosa è sbagliato […] rischiare tutto ciò che sono senza fermarmi per la paura di perderlo. E’ quello che faccio. E lo dico – e penso - senza presunzione […] credo che per me, cittadino italiano nella totalità delle mie facoltà e conscio dei miei diritti e doveri, sia necessario tracciare un segno che mi faccia distinguere dal marciume esistente che, oltre a non appartenermi e grazie alla deformazione che ha assunto ciò che un tempo si chiamava democrazia, si prende pure il diritto di rappresentarmi.
Perciò dico: io di qua e loro di la.
Non voglio essere complice: sono stanco e affranto dalla valanga putrida che si riversa sulle persone per bene - i veri cittadini italiani degni di tale nome -, quelli che soffrono ogni minuto della loro vita, i nonni ed i genitori che hanno costruito molto di quello che ci avrebbe permesso di essere oggi liberi ed invece li ha puniti, rottamandoli con esodi professionali scellerati o pensionamenti irrispettosi, e tralascio i figli ai quali sinceramente non so dare una spiegazione senza provare grande vergogna.
         Lo dico a Lei, persona degna di rispetto per ciò che dimostra facendo, io non sono un complice. E questo, ironicamente, perché alla nuova Norimberga che prima o poi verrà qualcuno potrà testimoniare a mio favore […] io mi sento, e ne sono fiero, uno di quegli "outsider rompicoglioni" definiti acidamente da Walter Lippmann negli anni '20 del novecento. Ma l'unica differenza in me che diventa forza è la necessità vitale di essere attivamente e realmente rompicoglioni attraverso quello che penso e faccio, non voglio e non posso essere un passivo rassegnato ostaggio d’un progetto truffaldino […] per quello che può valere è questa la mia natura ed è questa la mia volontà. Questo il mio modo di combattere una guerra, questo il mio modo di non essere un complice silenzioso”.