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venerdì 28 febbraio 2014

Settimana del sesso: deprimersi di soddisfazione

 


Alfredo era giovane ma nonostante questo aveva già fatto carriera.
Stava salendo in alto, velocemente, con merito.
Era sveglio, leggeva bene la testa degli altri, sapeva progettare una strategia vincente nel breve trascorrere di un respiro.
Aveva classe in quello che faceva nonostante avesse solo trentasei anni.
Era direttore di un’importante società finanziaria e guadagnava un mucchio di soldi.
Tutto bene sembrava. In realtà no.
C’era qualche cosa che gli impediva di raggiungere quella completezza necessaria per farlo sentire al massimo.
Non si divertiva più in nulla.
Aveva una moglie e tre figli ma non gli piaceva più stare con loro. Aveva molti soldi che però non godeva spendendoli. Giocava a carte perché quella era una delle sue passioni. Ma perdere o vincere gli era diventato indifferente.
In lui la noia aveva preso il sopravvento, la routine l’opprimeva distruggendo ogni slancio d’entusiasmo, e smise pure di giocare a carte. 
Io e Alfredo ci conoscemmo per ragioni professionali. Ci fu fin da subito grande empatia e, seppur la nostra collaborazione fu unica nel senso che fu unica l’occasione di collaborare, diventammo amici. E’ per questo che so molto di lui e lui di me. Fummo compagni di grandi chiacchierate, di bevute e abusi, soprattutto della condivisione dei nostri fantasmi. Alfredo è il prototipo del Maschio D=P=L. Forse, l’unica cosa che lo condizionò pesantemente facendolo entrare in pericolosi percorsi destabilizzanti, fu l’esserci arrivato troppo in fretta. Non per caso, solo grazie alle sue capacità, ma troppo velocemente tanto da subirne la noiosa routine conseguente. 
Un giorno conobbe Marzia, una donna giovane, poco più che ventenne.
Lei era da poco uscita dal liceo, stava frequentando il secondo anno di università, era bella, veramente bella. Da levare il fiato.
Fresca, vivace, giovane, vitale.
Donna affascinante a tutti gli effetti con l’aggravante d’essere bella.
Ed Alfredo ne fu folgorato.
Fece quasi carte false per farle avere un posto provvisorio in azienda. Doveva essere un classico periodo di tirocinio. Dopo qualche settimana stavano già insieme. A vederli sembrano una bella coppia, Alfredo fiero della ambita preda conquistata, Marzia eccitata per una storia così più grande di lei. Sensazioni diverse ma un piacere comune nel condividersi porzioni di giornate.
Perché in effetti non è che i due facessero una vita da coppia nel senso stretto del termine. Lui non le poteva dare molto più dei ritagli del suo tempo, abile come un sarto ritagliava la stoffa della sua giornata, s’incontravano fra i mille impegni e le mille complicazioni. Lei si adeguava a quel ruolo ma la cosa le piaceva. Camminava per i corridoi sicura di essere la donna del capo. Non che ne volesse trarre dei vantaggi ma quello stato la faceva sentire sicura tanto da guardare tutti con aria di superiorità.
Era felice Alfredo.
Era felice anche Marzia.
Ognuno per un proprio personale motivo.
Bastò però poco tempo a quel rapporto basato sostanzialmente sul sesso infilato in ogni istante disponibile per trasformasi in ciò da cui Alfredo fuggiva. La ripetizione sbiadita d’un secondo matrimonio, una seconda moglie, e la gestione problematica di una vita parallela fatta di inquietanti e cicliche similitudini.
Non avendo il coraggio per uscire da nulla, tentò di convincersi che stava facendo una bella vita privilegiata, decise perciò di non porsi domande evitandosi un confronto. Con se stesso.
Tornò a giocare a carte sperando di dare una svolta a quel brutto momento. Ma nemmeno le carte, antiche compagne di svago, riuscirono a guarirlo.
Quindi, con la moglie e i tre figli s’annoiava anche più di prima, il lavoro era costellato di continui successi, in più aveva da gestire una giovane e sensuale amante.
Viveva nel paradosso e l’insoddisfazione permeava ogni suo respiro, ogni situazione, tutto, anche i sogni.
Aspettò per quasi tre anni un’occasione che gli consentisse di svoltare, di sorridere almeno per tornare se stesso, non arrivò e lui non ce la fece. 
Due giorni prima del suo quarantesimo compleanno prese di petto il suo disagio distruggendolo con un colpo di pistola alla tempia.

giovedì 27 febbraio 2014

Settimana del sesso: i normali, quelli che sanno trasformare pure i pregiudizi in regole

 

 
Era il 1998. Fui invitato ad un matrimonio, il più mondano dell’anno, così si sentiva dagli spifferi usciti da certi ambienti. Ludovica e Mario finalmente sposi.
Odio tutto ciò che si definisce pettegolezzo che, anche nel caso in cui corrispondesse poi alla realtà dei fatti, è sempre descritto in maniera opportuna solamente ad un pre-giudizio. Ho detto descritto e non raccontato perché la superficialità che impregna il tutto è solamente finalizzata a rendere chi lo fa, il descrivente, protagonista della vicenda assurgendo al ruolo di giudice sentenziante. E chissà con che diritto poi, eppure si continua a farlo, da secoli e secoli.
Ludovica, 28 anni, di famiglia agiata, appartenente alla categoria Femmina bella e stupida, non cattiva ma superficiale. Da un certo punto di vista innocua, appassionata collezionista di Manolo Blahnik, di professione studentessa fuori corso d’economia e commercio. Apparentemente poco passionale e, sempre dai famosi spifferi, non una grande appassionate di sesso etero.
Mario, classico prototipo di un Quasi Maschio D=P=L (dove però il primo fattore, il denaro, lo possedeva per discendenza e quindi poco determinato e scaltro) decise che era giunto il momento per sistemare, come si dice, le cose. Non che ci fosse qualche cosa di sbagliato nella sua vita, pensò solo fosse giunto il momento di chiarire tutto, prima il lavoro, poi rapporti con il mondo, infine l’amore. Perciò si sposò. Definire tutto all’interno di un progetto globale che potesse soddisfare i genitori, la compagna, i clienti, i vizi, gli sfizi, i capricci. Senza però scordarsi della propria serenità. Tutto per amore di una quieta comoda normalità.
Mario e Ludovica si conoscevano da più di dieci anni quando decisero il grande passo. Per lei si trattò della ovvia legittimazione di un sogno, la mera realizzazione di ciò che fin da bambina cullava, l’ambizione di raggiungere un obiettivo che concretizzasse tante aspettative.
Anche per lui lo era, in forma diversa, ma lo era.
Con il lavoro era stato semplice e gli girava bene – promosso a consulente commerciale per un’associata di famiglia - e si poteva permettere tante cose in più rispetto a prima. Cioè quelle che gli erano possibili solo grazie ai compromessi con la sua ricca famiglia, con il padre sopra a tutto. Sentiva di camminare finalmente con le sue gambe ed a tratti, se non gli bastavano per poter correre, poteva almeno permettergli scatti soddisfacenti. Comunque, meglio di prima.
Ludovica era al settimo cielo quando affrontò la navata centrale della basilica – i maligni sussurrarono che lo fosse perché poteva sfoggiare le sue Manolo Blahnik tempestate di Swarovski che con l’abito bianco con gonna sopra il ginocchio erano clamorosamente sottolineate- Mario invece era fra il terzo ed il quarto (cielo) attendendola all’altare. Non che se ne dovesse convincere, anzi, era sicuro che fosse quella la via giusta a tal punto che non ebbe esitazioni di nessun genere a pronunciare, al momento esatto e con tono appropriato, il fatidico si.
Ma la vita coniugale, il condividere lo stesso tetto fianco a fianco, stesso letto e stesso bagno, produsse in Mario sensazioni e sentimenti diversi da quella normalità che aveva pensato di poter raggiungere con quel semplice si detto sull’altare.
Era una normalità diversa: corretta, modificata, artificiale.
Ed al passaggio della prima musa tentatrice capitolò.
Cedette alle prime attraenti lusinghe – di una classica Femmina affascinante - e piombò in uno stato che rappresentava realmente il vero volto della sua natura.
Quella faccia che non si era modificata con l’artificio costruito prima nella mente e poi nei fatti; un’immagine che aveva covato nell’ombra per poi esplodere incontrollabile spazzando via quel mondo fittizio col quale non aveva nulla a che fare.
Il caos e la confusione presero il sopravvento.
Tutto, per Mario, non fu più chiaro. Combinò casini tali che per anni pagò dure conseguenze.
S’imbarcò in successive avventure extraconiugali clandestine – sempre con Femmine affascinanti che lo prendevano e buttavano via dopo l’uso - tanto che in poco meno di un anno, quel castello di normalità, crollò inesorabilmente.
Ludovica era così innamorata della situazione da volersi bere ogni scusa o bugia del marito, ignorare qualsiasi incoerenza, totalmente distratta sui particolari sospetti. L’attenzione nei discorsi, l’interesse nei progetti comuni, infine il sesso, arrivando infine ad un distacco completo. Un’intolleranza simile a quella che la cute ha quando sfiora l’ortica e ogni tentativo di lenire il fastidio procura solo ulteriore dolore. Ma andava bene così.
Per Ludovica fu così opportuno portare avanti quello stato fino all’attimo in cui un particolare irrilevante, quanto inaccettabile, la colpì così forte da far rendere noto al mondo che la circondava la realtà della sua vita matrimoniale. E tutto s’asciugò come neve al sole nel breve volgere del veloce attimo in cui le menzogne furono pubbliche, il dolore e la rabbia dovettero prendere il sopravvento, ed ogni cosa accettata necessariamente dovette sembrare insopportabile.
Iniziò così la lotta tra i loro legali e l’amore narrato in una bella favola si trasformò in pure lotta per la sopravvivenza e ricerca di vendetta. I famosi spifferi furono per lungo tempo veri e propri cicloni, in molti se ne alimentarono, quella vicenda appassionò morbosamente la moltitudine che vive normalmente di luce riflessa. Ma per loro così importante. 
Mario e Ludovica un giorno finirono la guerra.
Oggi, distanti a leccarsi le ferite, stanno imparando a conoscere la normalità da cui sono stati inghiottiti e con la quale, per loro stessa natura, dovranno per sempre convivere. Soffrendo per le sconfitte che infligge, esultando per le vittorie parziali che riesce a dare, consapevoli almeno di trovarsi sempre in bilico sul baratro dell’orrore.

mercoledì 26 febbraio 2014

Settimana del sesso: cosa c'è dentro ad una coppia?



Quando ero più giovane, e parlo di quasi trent’anni fa, mi capitava spesso di dover assistere involontariamente ai dialoghi litigiosi dei miei vicini di casa che quotidianamente discutevano con tono sempre più alto nella forma e nel volume della loro realtà di coppia, del vivere insieme, delle personali aspettative di vita e conseguenti delusioni o disillusioni provocate dall’altro che evidentemente non corrispondeva per una completa realizzazione.
E parlavano sempre più fitto, poi agitandosi e urlando, partendo da banali considerazioni relative alla cena arrivando ai massimi sistemi dell’universo che li vedeva inevitabilmente contrapposti.
Questi scontri avvenivano, anzi, si concludevano sempre nella loro camera da letto che confinava con la mia. Un muro di circa 20 centimetri di spessore ci separava, acusticamente mal isolato, ma ciò non m’impediva di essere presente alle loro dispute. E la dinamica si concludeva con un furioso amplesso con i ritmati colpi della testata del letto che appoggiava sulla parete oltre la quale io avevo il cuscino, quindi la testa.
Era interessante le prima volte e soprattutto la parte pre-scopata che, per via del buon livello culturale dei due, produceva dialoghi di alto livello. Ironia velenosa usata fino all’eccesso, con la necessità di avere l’ultima parola, essere il vincitore della disfida. Nessuno dei due era intenzionato a mollare, perciò, inevitabile la conclusione sessuale dove l’intelletto lasciava spazio all’istinto, al loro essere animali sessuati. L’incontro si risolveva sempre come una somma piuttosto che una differenza, dove il maschio era necessario alla femmina e la femmina al maschio, dove la differenza di genere diventava elemento trainante, dove la lussuriosa ascesa fino all’estasi orgasmica percorreva le tappe della sola necessità di aumentare reciprocamente il piacere ed il godimento finale, l’acme della scalata, diventava la vera e unica condivisione. E poi, finito quell’attimo, tornavano al punto iniziale. Punzecchiandosi, sempre più, forse inconsciamente a voler ripercorrere lo stesso sentiero.
     Una sera iniziarono prima del solito, io andavo a letto attorno alle nove ed il dibattito partiva circa a quell’ora, ma quella volta stavano già nel bel mezzo della disputa. Mi parve che il livello fosse già alto, non avevo nemmeno intuito il motivo scatenante della lite che poi, in realtà, chiamarla così è scorretto. Erano pacati nell’affrontarsi tanto che a stento percepivo le loro parole, uno strano botta e risposta fatto più di concetti che di affermazioni, liriche piuttosto che diktat, versi invece di sproloqui.
     Quando non sapevano più come fare ad offendersi iniziavano con le citazioni. Lui amava Pavese…siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori - noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso, ma una sola vergogna non ci ha mai toccato, non saremo mai donne, mai ombre a nessuno…a cui lei replicò prontamente con Alda Merini…una stampella d'oro per arrivare al cielo, le donne inseguono l'amore. Qualche volta, amica mia, ti sembra quasi di volare ma gli uomini non sono angeli. Voi piangete al loro posto, per questo vi hanno scelto, e nascondete il volto perché il dolore splende…ed infine, come sempre accadeva, il sesso.
     Sesso crudo, fatto di sola fisicità, carnalità. Non lesinavano certo un lessico colorito, ero piccolo – non ingenuo - ma posso giurare che molti di quei termini furono per me delle novità assolute. Ma prima dell’azione copulativa c’era quella lunga fase di punzecchiamenti evidentemente per loro necessari, ciò che potrei definire come il loro petting avanzato.
 
Nota: il testo che segue, originale, per i toni ed i contenuti è riservato ad un pubblico adulto.
Lei: Tu credi d’avere un gran cervello, vero? In realtà non è altro che un sostegno per il tuo uccello…
Lui: Almeno il mio resta sostenuto, al contrario del tuo culo e delle tue tette che ramazzano il pavimento quando ti sposti!
Lei: Sostegno significa, attaccato a qualcosa, non fosse così avrei detto autoportante, visto che il tuo cazzo è talmente piccolo e ridicolmente mollo da non farmi capire come tu possa pisciare in piedi senza fartela addosso. Forse lo trattieni con delle pinzette per indirizzarlo?
Lui: Sarà pure piccolo ma le urla che produci quanto ti scopo non mi paiono di dolore…
Lei: Tu confondi il riso con il godimento…
Lui:…e tu confondi la natura: il maschio è superiore perché decide, la femmina inferiore perché subordinata alla decisione…
Lei:…e tu confondi la realtà: la donna è superiore perché sceglie quando - dove - come – e perché, il maschio inferiore perché o si adegua o si fa una sega in bagno…
Lui: Sei una stronza…anche se tu sai che potrei scoparmi chi voglio, incluse le tue simpatiche amiche…
Lei: Sei uno stronzo…
Lui: Ahi, tasto dolente, ma vero!
Lei:…e io potrei farmi tutta la tua squadra di calcetto se lo volessi…ahi, tasto dolente!
     Poi seguirono attimi di silenzio, cercai di auscultare meglio, ma dalla stanza confinate non giungevano più suoni. All’improvviso il tono dei due cambiò: più profonda la voce di lui, suadente quella della moglie. Evidentemente già erano in piena azione anche se lo scontro dialettico continuava. 
Lui: Ti piace farti sbattere?
Lei: No, io sbatto solo le uova nella maionese… 
       Attimo di mugugni. 
Lei: Ti piace montami vero?
Lui: No, io monto solo la panna perché l’adoro nel caffè! 
    Sospiri e respiri affannati. Rumore di corpi che ansimano.
Lui: Sei una troia…
Lei: Allora mi devi pagare…
    Gridolino di piacere.
Lei: Stavolta te la do gratis…
Lui: ...allora sei proprio una… 
    Attimi di rumori incomprensibili che interruppero l’affermazione fino a quando, lo immaginai visto che all’epoca le mie conoscenza sull’argomento erano più “sul sentito dire”, l’azione arrivò al culmine confermato dai reciproci guaiti goduriosi susseguiti ritmicamente. Invece no, sbagliavo, erano solo preamboli. Ed infatti all’improvviso si scatenò la tempesta.
Lui: Mettiti a pecora!
Lei: Si! Prendimi! Dimmi che sono una porca!
Lui: Dimmi che sono uno stallone!
Lei: Fammelo succhiare!
Lui: Leccamelo bene!!!
Lei: Ora ti aspiro pure le viscere! E continua con quel dito!!!
     E poi un simultaneo urlo estatico, infine, il silenzio.
     Fine delle trasmissioni.

martedì 25 febbraio 2014

Settimana del sesso: abbinarsi e accoppiarsi

 
È così che ti vorrei chiamare perché così ti ho sempre pensata. L’unica ed imprescindibile metà, la perfetta parte mancante a cui posso unirmi per stare in equilibrio, diventando un intero compiuto. 
Lo so, frasetta da cioccolatino, però credo che inconsciamente tanti pensino in questo modo all’altra metà della coppia. Quella che hanno trovato o che stanno cercando. La sublimazione d’un pensiero che, se di suo è sdolcinata, mostra tratti di autenticità.
Sono anni che osservo le coppie incluso me stesso quando lo sono: devo ammettere che si aprono praterie da riempire di riflessioni e considerazioni quasi fossero ognuna un mondo a parte. Ma voglio risolvermi questo equivoco, non per semplificare banalmente, ma grazie a ciò che ho visto e conosciuto. Ed il filo conduttore è sempre la verità. 
Non so come definirti, che nome darti, come identificarti.
Non sei ispirazione, non sei creatività, sei solo il piacere di vedere altro. Il volo libero della fantasia che non può mai cessare d’essere. Aria che mi necessita, senz’altro fine o scopo, incomprensibile per lo più, essenziale per non sfiorire nella cupa apatia. 
Questo è l’estremo tentativo di conquista di una femmina che non degnava d’attenzione il maschio scrivente. Io, nella fattispecie. Però mi andò bene; la signorina a cui rivolsi queste parole, che lì per lì ne sembro molto colpita, in realtà si divertì molto a massacrarmi emotivamente per un suo gusto perverso rispetto ai maschi e quindi allo stare in coppia. Senza dolore e sofferenza non riusciva a dare significato ne alle cose ne alle relazioni. Il classico rapporto sado-maso, che a quel tempo non comprendevo nel suo valore assoluto, che mi trasformò in un valente accompagnatore per momenti – i suoi - di puro sadismo. E io le “prendevo e basta”, in tutti i sensi, fino a che grazie all’illuminazione di un amico che ne sapeva ben più di me sull’argomento, rigirai la questione liberandomi del fardello. Un sadico si diverte con un masochista, e io non essendolo, non potevo di certo star bene con una sadica. Quando riuscii a dare le risposte alle tre domande essenziali ne uscii.
Quali domande?
 
1-    Sono capo branco o gregario?
2-    Guardare o essere guardato?
3-    Sadico o masochista?
Come faccio a spiegarti qualcosa che non si può vedere, toccare, sentire, assaggiare, annusare, ma che solamente posso provare attraverso l’emozione chi mi dai?
Queste parole invece sono di una femmina che cercò, anche in bella forma, di annebbiare le mie idee di maschio – da lei bramato - che però non la corrispondeva.
Avvenne poco dopo essermi dato le risposte alle tre: e con sadismo approfittai della sua debolezza.
Scopandomela…
Una sola volta, quasi per metterla a tacere, forse con troppa cattiveria. Ripensandoci oggi non fui proprio esemplare nel mio atteggiamento ma posso solo dire che ero abbastanza giovane e distratto dai miei impulsi sempre così frequenti. L’abbandonai come un calzino usato dopo due ore di tennis: lei ebbe – oggi lo riconosco sorridendo - la forza di una vendetta. La nostra unica volta avvenne senza profilassi di nessun tipo e così, dopo essermi negato per i mesi successivi anche in maniera poco carina, lei mi fece arrivare il messaggio di aspettare un figlio. Così fui io ad inseguirla. E quando la raggiunsi, a fatica, si vendicò diabolicamente mantenendo per un po’ quella – che poi confessò essere - farsa. Che però mi fece scorrere davanti agli occhi tutta la mia vita precedente. Appena mi confessò la verità diventammo amici, e quella volta fu lei a scoparmi con profilassi minima, e fu la seconda e ultima volta prima di perderci di vista.
Tornando al discorso precedente, di cosa stavo parlando? Dei sentimenti espressi romanticamente, delle parole cantate a chi non le ascolta? Della disperazione d’esprimersi come unico modo di sopravvivere? oppure d’altro?
Sono sicuro: d’altro.
E’ spesso tutta una banale comunicazione che gira attorno a ciò che vorremmo rappresentasse una verità. E’ come nella favola di Pinocchio dove il naso s’allungava ad ogni bugia per far tentare al protagonista il raggiungimento d’uno step successivo del suo percorso personale, non di coppia, non di gruppo. Siamo fondamentalmente dei nasuti individualisti che parlano anche in modo forbito senza in realtà dire nulla. Ci spaventa così tanto esprimere i nostri veri desideri che abbiamo smesso di farlo e preferiamo parabole o iperboli che non rischino di svelarci completamente.
Quindi di cosa si parla nelle coppie?
Fondamentalmente di nulla.

lunedì 24 febbraio 2014

Settimana del sesso: quello che dovrò spiegare ai miei figli


    E’ importante sgombrare il campo da una cosa a cui c’hanno abituato a credere: che sia vero solo ciò che viene continuamente ripetuto. A prescindere dal contenuto. Siamo in una società dove la verità è sostituita con l’opinione.
    Perciò non è raro trovarsi di fronte a maschi che vivono come certezze assolute situazioni femminili che sono state troppo e solo raccontate. E pure male.
   Che le donne dicono no per intendere un si. Ed anche: non esistono donne brutte ma uomini non sufficientemente ubriachi. Che le donne non vanno classificate in belle o brutte ne in quelle che la fanno annusare o sospirare: ma soltanto in quelle che la danno e quelle che non la daranno mai. Crediamo veramente che le donne grassottelle siano sessualmente le più disinibite?...o e che le donne rosse…abbiano il profumo d’una scatoletta di tonno avariata? Che le femmine non si masturbano, che pensano al sesso meno del maschio, e che devono innamorarsi prima di “mollarla”?
    Concludendo in crescendo, siamo veramente convinti che la nostra donna non abbia mai finto un orgasmo? Per l’importanza che ha poi…eppure ci crediamo come ad un dogma.
    Ma anche le femmine non sono riuscite a schivare lo stesso tranello.
    Ho sentito donne banalizzare sulle necessità psico-fisico del maschio nelle varie fasi della vita, pensando evidentemente ai loro mariti, riducendoli sempre ad esseri basici. Cioè legati a filo doppio sempre e solo al loro pene. All’inizio – le donne credono – i maschi hanno la rassicurante tetta materna, poi il ciuccio quando la tetta è sparita o - come si capisce in seguito - è stata tolta, poi il maschio viene attratto solo dalla televisione e dai suoi contenuti come diversivo assoluto. La playstation – o similari - è la massima possibilità espressiva ed emozionale che prende successivamente il sopravvento, infine, la vagina. Unica e definitiva ossessione. O altri equivoci: non hanno mai sentito parlare del problema della temperatura alta dei testicoli e delle sue conseguenze, delle polluzioni, del priapismo? Tratti considerati invece da molte come caratteristiche appartenenti semplicemente ai maniaci sessuali o ai deviati. E anche molte madri lo pensano – senza dirlo - osservando le prime erezioni del loro piccolo cucciolo.
   Forse è meglio ripartire con calma.
Il neo nato
    Maschio o femmina che sia è un essere istintivo: quando è molto piccolo gli basta un pianto per trovare soddisfazione e così riesce a comunicare. Perciò quando ha fame piange. Quando ha sonno piange. E nemmeno i bisogni corporali sono un problema. Ovunque sia, e in qualsiasi momento, espleta. Il ricordo nel maschio, anche in età adulta, del flebile frigno con conseguente tetta fresca e soda subita proposta alle labbra da essere ciucciata come tranquillante, fa sentire subito meglio. Anche a chi non ha avuto la possibilità di essere allattato basta questo pensiero per rasserenarsi. Così come una femmina apprezza e capisce l’allattamento solo quando è madre, anche di una femmina, visto che comprende quanto il suo capezzolo sia una zona tanto sensibile. Senza mai ammetterlo ovviamente…
    Quando si cresce le cose non cambiano poi molto, tranne per un fatto determinante. I soggetti preposti alla guida della crescita, madre e padre, seguono e condizionano dettando tempi e ritmi relativi al cibo, al riposo, ai bisogni corporali. E poi, come ci si deve rapportare con il mondo esterno, come e cosa dire, come e cosa fare. Regole da seguire, e il pianto non funziona più come prima, anzi, diventa fattore dal risultato inverso – venendo chiamato capriccio – e non porta più alla soddisfazione bensì s’impara a conoscere la punizione.
Pubertà
    Tutto rimane più o meno allo stesso modo, con l’acutizzarsi della parte normativa, con l’arrivo improvviso ed imprevisto della sessualità. O meglio, ci si rende conto di essere sessuati, senza sapere cosa voglia dire.
   Nel maschio una parte del corpo, il pene – …pisellino, come gli adulti carinamente lo chiamano… -, che fino a quel momento era stato poco più di un divertente e piacevole orpello da trastullare di tanto intanto senza capirne il motivo, improvvisamente si modifica crescendo esponenzialmente e senza preavviso. Anche se imbarazzante, perché ce lo fanno credere, è una cosa piacevole da toccare. Inevitabile la continua pastrugnante ricerca dello stesso. E nelle femmine la stessa cosa con la vagina – patatina… - e l’inevitabile strusciamento su qualsiasi piano d’appoggio, cuscino, ed oggetto dalla forma che possa permettere quella pratica.
    Ecco le polluzioni incontrollate oltre alle erezioni da una parte, le mestruazioni e le tettine che spuntano dall’altra. Si è così ometti e signorine. E le regole diventano drammaticamente insopportabili. Madri e padri rappresentano i carcerieri che impediscono la realizzazione. La libertà diviene nella mente e nei fatti un elemento essenziale nonché vitale. Il pisello intanto continua imperterrito a fare autonomamente quello che deve fare e, la patatina, pure. In questa fase le regole sono rigide come in caserma, si mangia quando si ha fame ma solo ad orari stabiliti, si dorme quando si ha sonno ma solo ad orari stabiliti, ci si chiude in bagno a cercare la soddisfazione quando s’innesta il meccanismo – l’unica cosa che non risente degli orari -. La masturbazione, finalmente, e il primo orgasmo. Ricordo bene, come fosse ora, la mia prima volta. Senza che nessuno me l’avesse insegnato – eppure avevo la testa infarcita di mille regole ed istruzioni su tutti gli argomenti e situazioni: tranne su questo - la mia mano strinse il pisellino con sicurezza tale da farmi eiaculare in modo violento in pochi istanti. Un’amica mi raccontò che anche la sua prima volta fu esaltante: appena si chiuse nel bagno di servizio della casa al mare il suo dito medio s’insinuò sicuro nella patatina aumentando il movimento proporzionalmente al piacere che si era innescato.
 
Adolescenza
    Essere teenager.
   Maschi. I più fortunati – o miracolati - possono trovare soddisfazione in una fidanzatina ufficiale o dalla consulenza di una cougar da cui si è stati adescati. Ma sono una minoranza, gli altri procedono con le solite regole da caserma, si mangia solo nel rispetto degli orari, si dorme nel rispetto degli orari, si continua a chiudersi in bagno per cercare sfogo e soddisfazione migliorandosi nella pratica masturbatoria che diviene quasi autodistruttiva. Ricerca del conforto nel millantare di fronte ad altri maschi le proprie – immaginarie – prodezze sessuali. Spesso, può capitare, la sega di gruppo.
    Femmine. Grossomodo lo stesso percorso. Le più evolute tendono ad innamorarsi per poi fidanzarsi. Il che apre molte opportunità e strade: soprattutto cavalieri serventi utili a tutto ciò che è inutile. Non rare le esperienze con compagne dello stesso sesso dopo essersi annoiate a lungo con gli imbranati fidanzatini. A casa solite regole da caserma, si mangia nel rispetto degli orari, si dorme nel rispetto degli orari, si continua a chiudersi in bagno per cercare sfogo e soddisfazione migliorando con la pratica che si sviluppa anche con l’aiuto di oggettistica varia. Spazzole per capelli e piccoli ortaggi i più gettonati.
Dai 20 ai 30 anni
   Questa decade fa divergere le strade dei due generi. Il maschio, ulteriormente, si divide in due categorie ben distinte: quella che fin da subito capisce che il mondo funziona in base alla formula D=P=L (denaro=potere=libertà) e perciò fa di tutto per procurarsene, legalmente o no, per soddisfare ogni sua esigenza. E per chi ci riesce, niente più regole da caserma, si mangia quando si ha realmente fame, si dorme solo quando si ha sonno, si cerca un bancomat per trovare la soddisfazione quando s’innesta il meccanismo. In modo professionale i più scaltri, con fidanzate adoranti della posizione sociale raggiunta, i più osservanti dei cliché. L’altra categoria, invece, è quella dei sognatori: non si riescono a staccare dall’alveo primordiale – praticamente stanno sotto botta della madre - e perciò continuano convinti con le regole da caserma. Si mangia nel rispetto degli orari, si dorme nel rispetto degli orari, ci si chiude prevalentemente in bagno a cercare soddisfazione a meno di rari casi dove si detiene una relazione con donna più o meno coetanea – simile alla madre normalmente - con la quale si tentano goffi esperimenti senza quasi mai trovare, in verità, ciò che cerca. Perciò le seghe restano le indispensabili ed irrinunciabili compagne di vita. Importante l’inserimento nella routine masturbatoria di materiale pornografico di ogni genere e tipo. In generale l’aspetto estetico (essere un maschio bello o brutto) è discriminante solo al primo impatto. I belli quasi sempre vanno in buca, i brutti quasi mai. Mentre l’aspetto intelligente-scemo è irrilevante a breve termine, a medio e lungo termine essere intelligenti può agevolare (comunque non te la danno anche se dimostri di parlare correntemente sei lingue o risolvere sistemi matematici a sei incognite a mente, tanto per essere chiari) e comunque solo se non si è cascati nella fase “…sei il mio miglior amico, solo tu mi sai capire, quanto sei intelligente…” e quindi si perde solo tempo. C’è una categoria che però non può far statistica, ovvero, i super dotati. Le donne sono inconsciamente – e consciamente - attratte dai peni grossi. Non fa categoria a meno che ci si trovi in un campo nudista dove tutto è sotto gli occhi di tutti. In generale, un brutto scemo col cazzo enorme, quasi sempre non conclude. A meno che non si trovi, appunto, in uno di quei luoghi.
    La femmina si differenzia in più sotto-categorie. Carattere distinguente: la bellezza. Le belle possono quasi tutto, le brutte no (per brutte non intendo mostruose, bensì, poco avvenenti). Le belle possono essere intelligenti o stupide. Tutte e due comunque scopano, le prime con un obiettivo, le seconde facendo inconsciamente opera di beneficienza. Le brutte a loro volte si dividono in troie e suore. Le prime fanno cose che nemmeno le belle intelligenti osano pensare e sono spesso fra le più gettonate per le prime esperienze, o estreme, o di gruppo. Le seconde, le suore, mangiano quando hanno fame rigorosamente rispettando gli orari, dormono quando hanno sonno rigorosamente rispettando gli orari, si chiudono in bagno per lunghe sessioni di autoerotismo che possono trovare conforto solo con oggettistica specializzata in lattice poi occultata in luoghi improbabili o ameni. Possibile il ripiego su giochi saffici prevalentemente con consorelle.
Infine la categoria che raggruppa il meglio/peggio del genere: la femmina brutta, troia e intelligente. E’ l’essere che può avere tutto ciò che desidera perché può distruggere uomini di tutte le età e classi sociali per un solo suo fine. Da evitare anche se assolutamente irresistibile.
    E’ questa la cosiddetta donna affascinante.
Decade 30-40 anni
    Il maschio s’accoppia più o meno regolarmente, nel senso che trova la compagna, moglie, fidanzata o convivente che sia. Vive inizialmente un brevissimo periodo di esaltazione dove sembra che tutta l’attesa di libertà (di pensiero, movimento, sessuale) finalmente possa trovare la giusta concretizzazione. Ma è una mera illusione, la femmina è in grado di creare fumose condizioni diversive, concedendosi all’uopo, strategicamente impostata su ciò che è il suo programma iniziale. E che quasi mai coincide con quello del maschio. E questo dipende dal genere di femmina con cui ci si trova a che fare. Anche la femmina s’accoppia regolarmente e, a seconda della categoria a cui appartiene, può raccogliere più o meno i suoi frutti. Questi maschi e queste femmine mangiano se hanno fame, dormono se hanno sonno, fanno sesso il sabato pomeriggio se tutto coincide con gli altri impegni. La masturbazione è presente nei soggetti che hanno sbagliato la scelta della compagna. I più evoluti e avveduti ricorrono all’apporto di amanti più o meno occasionali, più o meno prezzolate.
    Si possono formare in questa fase nuove famiglie con l’arrivo dei figli.
    Il maschio diventa padre, continuando nel suo oramai definito stile di vita, mangia – dorme - scopa (il sabato, poi uno ogni due, infine uno al mese), ma mentalmente la gabbia nella quale s’è incastrato, lo opprime. Le reazioni sono diverse: la ricerca istintiva del bancomat, molti tornano all’origine riscoprendo le gioie solitarie del bagno, altri cercano strade più ardite e sconosciute come l’accoppiarsi con altri maschi (gay soprattutto che scopano senza fare domande o addirittura con altri mariti nello stesso stadio involutivo), trans e affini. Ovviamente tutto nell’oscurità, per via di quelle regole da caserma imposte dalla madre e dal padre originali, un marchio a fuoco per l’eternità, ed ora passate in gestione alla fidanzata, consorte, o convivente.
    Le femmine diventando madri devono superare lo scompenso ormonale a cui sono sottoposte prima di tornare seducenti e disponibili nel talamo. Generalizzare ora sarebbe sbagliato: la femmina, a differenza del maschio, ha la capacità di cambiare nel tempo. Non è raro che adolescenti suore si trasformino in troie, e viceversa, le belle in brutte, le brutte in scopabili attraverso la chirurgia estetica che apre loro nuovi campi d’azione. Di certo le uniche che non cambiano mai, perché non ne hanno motivo, sono le affascinanti.
    Vere schiacciasassi inarrestabili.
La maturità
    I giochi oramai sono fatti, troppo tardi per tornare indietro a meno che non si siano costruiti segretamente (e mi riferisco a conti correnti dove siano stati accumulati ingenti risparmi) una via d’uscita che possa garantire la cosiddetta seconda giovinezza: per il maschio, viaggi in luoghi paradisiaci del globo dove il sesso è solo una questione di cifre, per le femmine l’uso e consumo di toy-boy. Gli altri e le altre, a prescindere dal gruppo d’appartenenza originale, penseranno al sesso come ad una cosa del passato, della giovinezza, stimolo che saltuariamente esce a cui basta il compagno/a consolidato/a a soddisfarlo.
    Più o meno la storia è questa.
    Il problema per una mancata realizzazione del proprio essere sessuati dipende dalle regole.
    E’ un ciclo basato sull’errore.
    Non voglio pensare in modo estremo, qualcuno un giorno mi disse che le madri bisognerebbe ucciderle dopo che hanno partorito un figlio maschio perché lo vorranno plasmare come l’uomo dei loro sogni che mai hanno avuto. Ed i padri pure, perché non smetteranno mai di fare i fidanzati stupidi delle proprie figlie. Ma anche nel caso contrario, una figlia con la madre o un figlio col padre, è la natura che ci pensa a far danni. Povero Edipo, povera Elettra, per sempre ricordati così…come un complesso, un guaio insomma.
    E intanto le regole da caserma continuano ad imperversare nelle nostre esistenze senza che nessuno si chieda se sono la cosa migliore da seguire.
    Ma tutto questo è la normalità.

domenica 23 febbraio 2014

Settimana del sesso

 

      Il sesso è il motore dell’uomo, perché essere sessuato, l’unica attività sempre e comunque sincera. Anche se poi la decliniamo in varie forme, a seconda dei casi o delle necessità, la sostanza è quella.
      Fare sesso è come domandarsi ogni volta chi siamo anche se il più delle volte ci distraiamo chiedendoci se è giusto quello che sessualmente facciamo, se lo facciamo bene, se piacerà agli altri, addirittura al nostro partner del momento.
   E sfuggendo istintivamente alla verità, alla sua ricerca, eludiamo superficialmente anche il vero significato della nostra natura di esseri sessuati.
     Quindi, quando si parla di sesso, a cosa realmente pensiamo? Ai sentimenti espressi romanticamente, alle parole cantate a chi non ascolta, alla disperazione d’esprimersi come unico modo di sopravvivere? O ad altro?
     Come in tutte le cose meravigliosamente importanti della vita c’è sempre la necessità di catalogare, stereotipare, analizzare sezionando.
      Cioè.
      Si banalizza uno strumento essenziale, un motore come mi piace pensarlo, e non sappiamo nemmeno quanta benzina metterci dentro e molti nemmeno immaginano che serva un “combustibile” a farlo funzionare.
      Continuando ad accontentarsi del faceto.
     Se si prova a percorrere il percosso sessuale di una persona – sia maschi sia femmine - si trovano molte affinità: ciò che fa la differenza sono le imposizioni esterne, perché siamo quello che ci hanno insegnato ad essere. Accettare, rifiutare, comprendere, fanno parte di modelli esterni, non siamo mai praticamente noi a decidere in modo puro. Siamo, diciamo, sotto condizione.
      La moltitudine vive il sesso come antidoto alla noia, o mezzo d’accettazione sociale, o strumento di conquista interessata, o puro mezzo di scambio.
      E quasi nessuno lo percepisce nella forma evolutiva più necessaria: come la più pura possibilità di conoscere se stessi. 
     Peccato.

sabato 22 febbraio 2014

Stanco



 

La maggior parte del mio tempo la passo ad osservare le cose, gli altri, le situazioni.
E’ diventato insopportabile accettare senza reagire la visione trasformata in regola del vivere, il senso del giusto e dell’ingiusto nella forma imbastardita dalla convinzione, plasmata alla situazione, piuttosto che rispondente ad un principio assoluto.
Oggi è più facile considerare giusto ciò che ricade all’interno del conveniente o del politicamente corretto, se questo vuol dire ancora qualcosa, piuttosto che guardare ad un concetto superiore. Come dire, il principio che sancisce un comportamento e quindi una regola diviene applicabile nel modo più consono alla situazione a cui si riferisce. Siamo in un tempo dove chi stupra è infine attenuato dalla provocazione dello stuprato, chi ruba giustificato perché tutela un suo diritto prima che qualcun altro lo possa prevaricare, chi spara per primo lo può fare perché l’antagonista probabilmente nasconde un’arma carica nella tasca. E tutto viene accettato in un sorta di globale attenuante generica.
Siamo nell’epoca del tutto dovuto, dove ognuno può far valere il proprio diritto a prescindere, della facilità del giudizio preventivo, dell’opinione da bar che diventa condivisa perché un televoto l’ha confermata. Gli altri sono nemici perché vogliono toglierci qualcosa, il senso d’appartenenza umano è traslato dal suo senso più profondo, la conservazione della specie, ad un più bieco e basso criterio opportunistico che quasi giustifica, o fa sentir giustificato, ogni parola, atto, atteggiamento, posizione.
L’epoca del paradosso sta inglobando ogni senso di principio, lo fagocita avidamente trasformandolo in una malata forma d’opinione utilizzata poi per deformare la verità e controllare le masse. Il senso del ridicolo che poteva in tempi passati frenare mire oppressive si è trasformato in un’attività puramente spettacolare; il buffone di corte assoldato dal potere, che diverte con lo scherno, fortifica ancor più chi lo produce e sostiene avvicinandolo ad una forma umanizzata meglio comprensibile dalla massa, perciò rassicurante, quindi condivisibile.
La guerra tra disperati si sta consumando implacabile, chi detiene privilegi e controllo storpia i principi rafforzando il suo stato, e chi si limita ad osservare le cose e gli altri, quindi le situazioni con mero atteggiamento critico riferendosi al principio assoluto, è vittima d’un paradosso culturale oramai accettato.
Vivo in un tempo dove il vuoto creato in malafede dai mediocri ingloba tutto, dove chi non ha merito riesce ad emergere con merito, dove chi si riferisce al seppur banale principio del giusto e dello sbagliato viene additato come un reazionario sovversivo. E’ il mondo dei ladri giustificati, degli stupratori compresi, di banchieri che decidono il tempo, della politica farsa e della politica dramma, delle ignoranti masse addomesticate sorde di fronte al disperato urlo di richiamo alla realtà. 
Sono stanco.
Veramente.

venerdì 21 febbraio 2014

Noia

 


         Mi chiamo Marco Aurelio, ho 42 anni, e faccio il geometra.
        Sono sposato da quasi tredici anni con Claudia e insieme abbiamo due figlie: Aurelia di otto anni e la piccola Domizia di quasi tre.
         Questo sono io e non c’è molto altro da dire.
         Se non per il fatto che preferisco farmi chiamare Mario perché non ho nessun tipo di legame caratteriale, morale, fisico con Marco Aurelio il grande imperatore, filosofo e scrittore romano del quale porto lo stesso nome. Un confronto onestamente impietoso, lui saggio e retto io apatico e solitario, lui il politico che favorì l'emancipazione degli schiavi io geometra diplomato solo al terzo tentativo – alle serali con 36/60 -, lui sovrano capace e guerriero valoroso io marito anonimo e padre lacunoso.
Quindi è meglio che tutti continuino a pensare che mi chiami Mario.
Credo che questo possa bastare per raccontarmi, perché così appaio e voglio apparire a chi non mi conosce: penso non ci sia altro da dire sul mio conto.
In realtà qualcosa d’altro ci sarebbe…
Sono una persona che evita ogni tipo di confronto, m'impegno in tutto ciò che è inutile, sperando così di confendere per un attimo quell’istintiva noia di vivere che mi possiede.
Questa è una delle mie caratteristiche principali…tanto per dirne una.
E poi, ad essere sincero, nemmeno ci riesco perché non mi impegno veramente in nulla. Faccio tutto velocemente, sono ossessionato dal concludere il prima possibile, vivo ogni situazione come un supplizio. Perché tutto ciò che faccio, o devo fare, mi annoia e l’unica cosa che mi riesce è quella di rapportarmi sempre e solo con me stesso. E fuggire con i miei pensieri. 
Quando è iniziato tutto ciò?
Avevo circa dieci anni, ero al campo e giocavo a pallone con i miei compagni di scuola, si trattava di una partita importante contro un’altra classe. C’erano molte persone a bordo campo, maestre, genitori - tranne i miei -, tutti i ragazzini della scuola e pure molte persone sconosciute. Al momento d’iniziare nessuno voleva stare in porta così mi proposi anche se non l’avevo mai fatto. Dopo dieci minuti per un fallo di mano l’arbitro ci diede un rigore contro: tutti urlavano, chi mi dava consigli, chi mi diceva di buttarmi, chi già mi derideva. Insomma, l’avversario calciò, io rimasi immobile sulla linea di porta. Segnò senza rischiare. I compagni mi guardarono con odio perché non avevo ascoltato i loro consigli, non mi ero buttato, e avevo solamente subito le urla dei denigratori. Tentarono e riuscirono a farmi sentire in colpa.
La partita proseguì e nessuno riuscì più a segnare. All’ultimo minuto un clamoroso fallo di mano sulla linea di porta ci procurò un rigore a favore: potevamo pareggiare. Nessuno dei miei si sentì di calciare, presi l’iniziativa, andai sul dischetto. Sarà stato per il senso di colpa che mi sentivo ancora addosso, volevo segnare, dovevo farlo. E cancellarmi in un sol colpa quell’ombra che mi portavo dal mio essere restato immobile. Prima. Tutti urlavano, chi mi dava consigli, chi diceva al portiere di buttarsi, chi mi derideva.
Misi la palla su dischetto: presi una breve rincorsa e calciai.
Ne uscì una lenta ciabattata che sospinse la palla con traiettoria rettilinea nelle braccia del portiere che, rimanendo immobile sulla linea di porta, parò.
Lui lo fece.
Triplice fischio, fine della partita, fine della mia carriera di calciatore.
Lo so che non si deve “…aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…” ma in quell’occasione conobbi il repentino passaggio dalla solidarietà e condivisione alla più cupa e buia solitudine.
Restai immobile in mezzo al campo mentre tutti si allontanavano.
Pensai per qualche attimo a quello che avevo vissuto.
Un senso di noia pervase globalmente il mio umore, fu la prima volta che lo provai, me ne tornai a casa e non parlai mai più con nessuno del gioco del calcio. 
Quello fu l’inizio di tutto.

giovedì 20 febbraio 2014

Assassino

 
 
  
     Sento un uomo piangere, chiuso nella stanza di un casa, come una bestia ferita nascosta nella sua tana. Lo penso al buio e solo i suoi singhiozzi mi fanno intuire il dolore. Vorrei avvicinarmi, affacciarmi alla soglia di quella stanza, ma ho paura che qualcosa possa accadere.
     E’ meglio aspettare. 
     Provo ad immaginare ciò che può succedere dentro a quel rifugio, forte batte in gola e poi nelle tempie il cuore di chi sta rischiando, riesco ad entrare senza che ci sia una reazione. Mi muovo. Sono molto vicino, lo vedo bene ora, rosso e disperato, gonfio di dolore e denso di paura.
     Chiudo gli occhi. 
   Fuori un lampo improvviso, uno squarcio nel silenzio, urla una voce, riecheggiando nella strada chiusa tra i palazzi. E poi di nuovo il nulla, lui mi fissa e l’ansia ci fa vibrare accordati, la sorpresa ha eliminato la distanza che ci separava, diluito l’insicurezza in complice sostegno. Non si sente più alcun rumore come se tutto si fosse fermato attendendo da quel nascondiglio un segnale. Siamo immobili ed uniti.
    Respiriamo insieme. 
    Il cielo che era spento si sta aprendo perché la pioggia ha iniziato a scendere. Come sangue ci lava riaprendo dolorosi ricordi, gocce rosse macchiano l’anima indelebili come firma dell’autore di un’irreale quadro. Gli angoli bui della mente sono le uniche parti illuminate e l’improbabile diventa realtà. Una donna accanto tace, impietrito il suo sguardo fisso nel nulla, non so che fare.
    Continua a piovere. 
    Lacrime di dolore bagnano la strada, cammino e fatico a pensare, sento di non riuscire ad essere ciò che dovrei essere. La gola arsa calmata dalla poca saliva che è restata.
    Inizio a muovermi senza sapere dove andare. 
    Non c’è più nulla intorno, la scena è sgombra perché lo spettacolo è finito, un uomo conta nell’ombra banconote. Soldi avuti da chi non sa ammazzare e tranquillo vive godendo della sua potenza. E’ lui a condurre questo gioco: sulla strada piomba rapido uno sguardo in un silenzio irreale dove solo scintillii d’armi come tuoni rimbombano nel ricordo di chi ha vissuto quegli istanti.
    Lento è il ritmo ovattata l’atmosfera, lo sguardo vaga casuale alla ricerca di qualcosa fino al corpo riverso di chi stavolta ha perso, la dignità soffocata nel suo stesso sangue.
    Guardo ma non riesco a vedere niente. 
   Qualcuno ha vinto senza meritare mentre un altro perde, forse è giusto così, una legge di natura. E tutto il mondo all’improvviso ritrova il suo ritmo come se nulla fosse accaduto, pronto per un’altra partita, con un nuovo vincitore ed un altro sconfitto. Nemmo poi da ricordare. Come inevitabile. 
    Mi fermo e per quell’attimo non ho più voglia di respirare.