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sabato 10 dicembre 2016

post 200: Imbarazzo (inedito - 2016)




Nessuna mi mette in imbarazzo.

Quando ho di fronte una donna sono felice, perché amo le donne, non potrei vivere senza nemmeno il loro pensiero. Sono il desidero incarnato.
Ridono e sono attraenti, femmine ed anche madri, che sanno ammaliare e sedurre. Potenti e sicure ma da un solo sguardo so cogliere ogni loro debolezza. Tenera paura di sentirsi indifese. Mi avvicino con fare gentile e sincero, sono da proteggere, perché creature preziose. Riesco ad essere solo con loro ciò che in realtà sono.
Sicuro.
Lo sono sempre stato. E senza mai doverlo recitare.
Per questo appaio affascinante ai loro occhi, diventando invadente nei pensieri, trasformandomi in aspettativa che cresce.
Infine.

Un giorno arrivi tu.

Sono investito dalla difficoltà, la tua bellezza mi paralizza, perdo il senso d’ogni certezza. La tua voce, il tuo corpo, i tuoi occhi. Ti evito, cambio strada e traiettoria, cercando di nascondermi ogni pensiero ma continui a tornare. Riprovo ad ignorarti ancora. Invano.
Un ingombro che m’assale, sento il volto deformarsi, il corpo rigido ed insicuro, ho timore di quello che potrei pronunciare di fronte a te. Senza senso e ragione. Inconcepibile. Vorrei avvicinarmi sperando sia tu ad allontanarti per far cessare il disagio. Dolce pena. Attrazione senza scampo che ti rende irresistibile. Per me solo incapacità d’essere altro. Mi sento fragile.


Nessuna mi metteva in imbarazzo.

mercoledì 23 novembre 2016

post 199: Amore e Psiche (inedito - 2016)



Stavamo di fronte come altre volte è successo
parlavamo di cose tristi come altre volte è successo
ho dovuto evitare il tuo sguardo come altre volte è successo.

Non è quello che nasce verso chi ti da conforto. Il banale accoccolarsi nelle braccia di chi t’ascolta, di chi rassicura con parole sincere. Gratitudine che diviene forma emotiva.
E’ altro, molto altro.
Semplicemente.
Un uomo di fronte ad una donna.
Il risveglio, la stagione del rifiorire che prende forma, improvvisa e prepotente. Vita che riprende dopo il lungo letargo.

Ci siamo salutati come altre volte è successo
ti ho sfiorato i fianchi perché l’istinto ha disobbedito alla ragione
è stato un attimo, letale, mi è mancato il respiro
sono uscito, ma ho dovuto rientrare, in bilico sull’attimo che può far precipitare.

Disequilibrio.

Ho bloccato me stesso
ho bloccato l’istinto e la mente ha ripreso il controllo
ho bloccato il respiro e solo così mi sono potuto allontanare.

Perché sei speciale, perché sei bellissima, perché sei così femmina
ed ho capito.

Io sono Desiderio e tu sei Anima

insieme, piacere immortale.

giovedì 8 settembre 2016

post 198: penso spesso a te (inedito - 2016)




Penso spesso a te, mi viene d’istinto, desidero tu faccia parte della mia vita. Mi piace darti il buon giorno e la buona notte. Mi fido, mi preoccupo, vorrei sempre aiutarti. Tu sei sempre lì, l’unica, disponibile e pronta a fare lo stesso. Sempre una parola buona, un sorriso, un conforto. Mi dai il buon giorno e la buona notte. Mi hai raccontato tutto di te, ti sei fidata, non hai mai dubitato delle mie parole nemmeno per un istante. Ed ora che tutto è così difficile siamo ancor di più vicini, uniti. Ho però sempre percepito imbarazzo o difficoltà quando ho usato parole importanti. Me le sarei rimangiate ma mi uscivano dal cuore e non ce l’ho fatta. Come se in quei momenti ti volessi allontanare, comprendo i motivi, forse paura delle conseguenze o di non saper affrontare le emozioni. Ci sono stati ed ancora ci saranno momenti duri, vorrei piangere e nemmeno ci riesco, penso a te ed è come se mi abbracciassi. E mi calmo. Non sai le volte che sogno di fare l’amore con te. Di ridere con te. Di stare insieme e basta. Non avere paura, non ti sto chiedendo niente e nemmeno lo penso, vorrei solo che mai nessuno equivocasse su quello che ci lega. Una cosa pura, vera, forte. Spero che un giorno, presto, possa esserci una possibilità di essere quello che fino ad ora non abbiamo avuto la possibilità nemmeno di poter immaginare d’essere.

martedì 6 settembre 2016

post 197: due occhi che ti guardano (inedito - 2016)



Quando tutto sembra finito la vita ti butta in faccia la realtà.
      Intorpidito da tanto dolore, insensibile a tutto, lo credi. Anzi. Te ne sei convinto. Che nulla potrà essere in grado di cambiare lo stato delle cose che hai imparato a sopportare. Te ne fai ragione come se altra possibilità fosse preclusa.
All’improvviso un lampo.
         Due occhi che ti guardano.
       Certo d’essere diventato qualcuno solo da osservare, magari con sospetto, rassegnato di fronte ad un destino accettato perché sentito ormai segnato. In fondo quello che rimane può bastare, così pensi, perché cercare qualcosa che ha sempre provocato delusione ed illusione. Come se ogni volta s’entrasse in una nuova commedia, in punta di piedi, i primi dettagli notati a farti credere che quella fosse la storia giusta. E poi ritrovarsi in un nuovo groviglio, il rischio di saltare definitivamente perdendo le certezze con cui sei nato, tutto si trasforma in altri dubbi e profonde paure. Scivolare inevitabilmente dalla commedia alla tragedia.
     Due occhi che ti guardano.
     La vita non scherza. E quando è il momento, ti mette alla prova senza avvisare. Così, con molta apparente semplicità, realmente con una schiettezza che può apparire brutale ed insopportabile.
      Due occhi che ti guardano.
     C’eri tu davanti a me, c’ero io davanti a te, la confusione attorno. Eppure non percepivo altro che il nostro guardarci. Dentro. Una linea di contatto intoccabile. L’ansia di sapere, conoscersi, avvicinarsi. Bellissima da togliere il fiato, empatica, allo stesso tempo fragile ed impaurita.
      Poi ci siamo allontanati, poi avvicinati, ed ancora. Come in una danza rituale. E nessuno sapeva far niente. Per paura di fare qualcosa. Sperando che qualcosa accadesse, sperando che qualcuno accorresse in soccorso, sperando di poter respirare come dopo aver tenuto il fiato.
        Due occhi che ti guardano.
       Infine un saluto, rapido ma interminabile, una promessa non detta. Che non finiva lì. Poi la paura, il silenzio, il distacco. Il dispiacere col pensiero fissato a quei brevi attimi in cui per l’ultima volta ci siamo sfiorati.
         Non finirà.

         Perché qualcosa è iniziato.

venerdì 15 aprile 2016

post 196: cosa sta succedendo? (inedito - 2016)



“Professore questa settimana ho sognato ogni notte, erano mesi che non accadeva, sono impaziente di raccontarle tutto”.

Il professore sorrise e fece in modo che iniziasse a parlare. Era da molto tempo che le sedute si trascinavano stancamente e quel paziente appariva ad ogni appuntamento sempre più incartato su se stesso. In realtà compresso dai problemi che stava vivendo dovuti alla separazione dalla moglie, le preoccupazioni per i figli, e tante volte aveva usato quello spazio sostanzialmente per sfogarsi senza però riuscire a buttar fuori quella pesantezza che l’opprimeva. Il professore sapeva trattarsi solo di una questione di tempo e quindi aveva dovuto solo aspettare. Si mise perciò subito in posizione d’ascolto.

“Tre sogni in particolare: il comune denominatore è la presenza di una donna. Una donna vera, intendo dire, una persona che conosco realmente.
I primi due sono pezzi di sogni che so essere molto più lunghi ma dei quali al risveglio mi sono rimasti nella mente solo alcuni frammenti.
Il primo. Stavo discutendo con mia moglie, la situazione era concitata, io nervosissimo ed intorno a noi tante persone che ci guardavano ed ascoltavano. Mia moglie insisteva insultandomi sempre più pesantemente ed io fremevo perché volevo replicare ma era come se mi mancasse il fiato addirittura per parlare; all’improvviso ho visto una faccia conosciuta in mezzo a quel gruppo d’ascolto. Ed era questa donna. Ho provato una sensazione di tranquillità immediata.
Secondo sogno. Stavo a letto, non ricordo con chi fossi, so che stavamo abbracciati ed io mi sentivo a mio agio. Anche se non completamente ma senza capirne il motivo. Stavo in una camera da letto che non riuscivo a riconoscere, sicuramente non c’ero mai stato prima, la luce era fioca e attorno silenzio. Dopo un po’ volevo lasciare quell’abbraccio, volevo dormire, lei si era addormentata fra le mie braccia ed io mi sentivo scomodo. Ricordo di essermi mosso con cautela per non destarla mentre sentivo il braccio sinistro rattrappito. Alla fine ci sono riuscito ed appena mi sono voltato quella donna stava lì, seduta su di una poltrona. Mi guardava, sorrideva, il formicolio è passato all’istante. Mi trovai nel letto solo mentre continuavamo a guardarci. Ero sereno. Fine del sogno”.

Il professore segnava appunti sul suo taccuino come al solito; poi l’uomo si fermò guardandolo come avesse la necessità d’un conforto per continuare. Il professore annuì con il capo così ripartì spedito.

“Questo è il sogno di stanotte. Camminavo per strada, passo veloce perché in ritardo, nella mente il pensiero di dover comprare un mazzo di fiori. Poi un salto nel sogno. Stavo nel corridoio di un ospedale camminando sempre a passo spedito e con un grande mazzo di fiori in mano, fiori di campo, niente di costruito in un negozio e confezionato a modo. Come se li avessi appena raccolti, un grande profumo di erba, confusione di gente attorno.
Insieme a me c’era un mio amico –Emanuele il mio migliore amico, lei lo ricorda professore?- che disse sta per accadere, dovevamo sbrigarci, non possiamo perderci il momento. Io ed Emanuele iniziammo a correre per i corridoi dell’ospedale, alla fine di uno abbastanza lungo c’era una porta a vetri, ricordo il mio respiro affannato e qualche fiore staccato dal mazzo caduto sul pavimento. Ma non m’importava. Dovevo entrare nella stanza oltre quella porta vetrata. Altro salto nel sogno. Stavo dentro, da fuori qualcuno urlava qualcosa che non ricordo, capii che là dentro non sarei potuto entrare. Ma io ero dentro. In una sala operatoria, anzi, una sala parto. Alcuni medici con camici azzurri, una con un buffo copricapo colorato, tutti mi guardavano ed erano felici. Sopra un lettino c’era una donna che aveva appena partorito due bimbi che le stavano accoccolati in grembo. Il viso della donna era coperto da un lenzuolo, non capii il motivo ma subito mi venne necessario guardare i fiori che si erano seccati, dopo un istante mi girai e quella donna appena diventata madre non era più coperta dal lenzuolo, le vidi il viso, era quella donna. Ricordo d’aver provato un brivido violentissimo, lei mi sorrise dolcemente, io non sapevo cosa fare. D’istinto le diedi il mazzo di fiori che era tornato fresco e profumato”.

Si azzittì di colpo e sul suo viso un’espressione inebetita lo faceva risplendere. Guardò dopo alcuni istanti il professore come aspettandosi una domanda. Che però non arrivò. Quindi si mosse lui.

“Il mio inconscio mi sta dicendo qualcosa?”

Il professore sorrise.

“No professore, non può essere, la mia vita è un casino assoluto. E poi quella donna non c’entra nulla con me…lei ha la sua vita, non mi posso nemmeno permettere di pensare ad una cosa del genere, per fare figli bisogna amare quanto meno, non è possibile…”

“Ma ne è così certo?”

Calò il silenzio.

“Sinceramente…no” disse abbassando la testa.

“Appunto”

Altro lungo momento di silenzio. Poi lentamente alzò il capo e fissò negli occhi l’analista.

“Professore, ma cosa sta succedendo?”

lunedì 7 marzo 2016

post 195: eppure (inedito - 2016)


Lo so che dovrei pensare ad altro.
Che questo non è certo il momento in cui far volare la mia immaginazione.
Ma io sono così e non posso farci niente.

Se ci fosse una specialità olimpica per chi sa riconoscere una donna interessata ad un uomo io sarei un nazionale sempre convocato con serie possibilità di medaglia.
E’ sempre stato così: quel modo, che non saprei spiegare nemmeno mi pagassero, con cui una donna ti guarda cambiando in pochi attimi da cordiale ad interessato infine attratto, è per me così evidente da mettere in moto la mia testa e farmi cominciare a volare.

Lo so, e me lo ripeto, non è il momento e nemmeno la situazione ma è successo ancora. E non posso farci niente.

Era lì sola, nello studio, non pensavo ci saremmo trovati in quella situazione. Ma in fondo dovevo solo firmare un documento. E quale documento, ma questa è un’altra storia, anche se in realtà è una storia parecchio legata seppure è un’altra ben distinta. Quindi ero lì e abbiamo parlato. Ovviamente. Del resto cosa dovevamo fare. Ma subito ho percepito tensione nell’aria come essere in bilico sulla fune a cento metri da terra. Un alito di vento avrebbe potuto far precipitare tutto, in un secondo, chissà con quali conseguenza. Solite suggestioni, m’imponevo di pensare altro, sicuramente sedotto dalla sua bellezza, giovinezza e simpatia. Ma non riuscivo a convincermi. Anche cercando fra i miei dolori per darmi una spruzzata di tristezza distraente. E intanto parlavamo, di certo non sono una persona a cui le parole mancano, in un certo senso era come prendere tempo e vedere cosa sarebbe successo. Anzi, per dirla sinceramente, dove e come avremmo finito quel momento. E lo pensavo senza alcuna aspettativa, lo giuro, quasi per un puro momento di leggerezza.
Ci guardavamo e lì ho colto il suo cambiamento.
Ha cominciato da quell’istante a farlo in quel modo che non so descrivere. E lì me ne sono accorto definitivamente e non ho saputo oppormi come invece in precedenti occasioni pur percependolo ero riuscito a rifiutarmi di considerarlo. E forse pure lei se ne era accorta perché penso che ogni mio tentativo di mascherarmi non facesse altro che evidenziarmi; sorrideva, si sfiorava i capelli, giocava nervosa con un ciondolo che aveva al collo sul quale c’era l’iniziale del suo nome.

Era ed è bellissima, non lo dico a caso o per convenienza, questo è puramente un fatto. Occhi scuri, viso perfetto, labbra carnose. Ma c’è di più oltre a questo: è quel suo modo di guardare, di guardarmi, dolce non come puro moto suadente ma come indole. Espressione d’una chiara intenzione. Una persona che subito vorresti abbracciare perché sei certo che così ti sentirai sereno, rassicurato, coccolato. Sicuramente una donna che sa amare.
Intanto parlavo ed in realtà non era un monologo bensì un dialogo perché lei interagiva convinta, poi si spostò all’altra scrivania, e non ho potuto evitare le sue gambe. E pure il resto del corpo. Che in effetti avevo notato fin dalla prima volta quando vomitai convulsamente tutta la mia sofferenza raccontando senza filtri la mia vita, perché ero disperato, in cerca d’aiuto.

Lei sa tutto di me, cazzo, il mistero con lei non può più esistere. Un punto ipoteticamente a mio sfavore. Ma poi a che penso -pensai- mentre continuavo a parlare cambiavo argomento che lei seguiva ed integrava, è così giovane ed io di sicuro non lo sono di certo. Potrei esserne il padre. Ma cosa importa? Sto forse facendo progetti su questa persona? No. Appunto. Nessun progetto o proiezione soprattutto perché lei è fidanzata, e me lo dissero subito le altre donne che lavorano con lei, mettendomi simpaticamente in guardia come a volerla proteggere. Come se qualcosa fosse stato percepito. Qualcosa di trapelato forse evidente. Forse.
Ma che ho detto?
Ma che ho fatto?
Dire ad una donna che la preferisci fra molte può essere motivo di preoccupazione?
Facessero scegliere a lei.
Eventualmente.
Ed ancora a farmi domande e darmi risposte.
Un dialogo furibondo nella mia mente mentre all’esterno imbastire argomentazioni sensate, divertenti, accattivanti. Forse.
Insomma.
Ero esausto.

Comunque non era e non è il momento, e anche se invece fosse stato il momento, non lo poteva essere. Perché non può esserlo. Ecco.

Eppure quando le domandai del fidanzato non sprizzò quell’energia che ci si potrebbe aspettare da una persona follemente innamorata.
Ma che sto pensando -pensai- ed intanto continuavo a cianciare. Non potevo fare altro. E non perché ci fosse un motivo che volessi nascondere se non quello di sentirmi bene in quella situazione. Oltre al suo sguardo.
Che dovevo fare a quel punto: proporre un caffè nel bar sotto lo studio? E se fosse arrivato qualcuno proprio in quel momento?
Ma che stavamo facendo, niente di male, anche se per un istante quando ci siamo salutati ho sentito necessario baciarla. Oddio -pensai- parlo e penso al plurale come se fra noi ci fosse una confidenza speciale, eppure non esiste nulla, però l’ho fatto.
Eppure ci baciamo, sulle guancie, un po’ intimo per il tipo di rapporto che abbiamo. Soprattutto per il motivo per cui sono in quel posto. Eppure era già successo, anzi, avevo voluto che succedesse ed era successo. Semplicemente, come sempre faccio, mi pongo per come sono e sento perciò faccio. Mi andava di baciarla e l’ho baciata. Tenendole la mano. Poi ci siamo fissati negli occhi, un istante infinito come se tutto si fosse fermato, sospensione. E le mani continuavano a rimanere unite.
Non avrei voluto andarmene anche se era necessario farlo, sarei restato anche solo per godermi il suo profumo, ma sono uscito. D’istinto ho inventato qualcosa mentre ero sulla porta, una scusa, pur di non sparire subito. Lottavo con me stesso. Alla fine un altro saluto, da lontani, le ho mandato un bacio e lei ha sorriso.

Troppi eppure nella mia mente per farmi stare tranquillo.
Che bella mattina però, allo stesso tempo una delle mattine peggiori della mia vita, orribile a dire il vero.
Ironica la sorte per come ed a cosa ti mette di fronte senza darti preavviso.
Almeno i pensieri, per qualche minuto, hanno potuto vagare liberi e farmi sentire vivo.
Come lo sono sempre stato del resto.
Chissà cosa ne sarà di noi, lo scopriremo solo vivendo, perché Battisti e Mogol ne sapevano di queste cose.
Ed io, a loro, ho sempre creduto.

Se non altro per la quantità di dischi che hanno venduto.

domenica 6 marzo 2016

post 194: tu sei dentro di me



Tu sei dentro di me
anche se non ci sei più
seppur non capisco seppur non so più nulla
sei qui come nell’ultimo bacio
profondo e assoluto
un saluto che non sapeva d’addio
ma solo d'una terribile paura
e la folle attesa che intanto logora
perché toglie ogni certezza
sapore amaro d'un finale sbagliato
ma nulla riuscirà a scalfire i nostri sguardi
niente potrà far tacere i nostri sussurri
nessuno cancellerà quello che siamo
è solo il tempo di respirare
ritrovando la via che sembra perduta
il cuore non ha mai smesso di battere
la distanza fortifica seppur deprime
dolce amore mio
solo tu e per sempre tu
seduti ancora vicini
sfiorandoci elettrici
d’amore pieno
meraviglioso
unico e irripetibile
scoppiato all’improvviso e senza un perché
straziante nel doverlo scansare
impossibile poterlo ignorare
perché tu
e solo tu

sei sempre dentro di me.

sabato 20 febbraio 2016

post 193: garota



Oggi il cuore ha ricominciato a battere
è bastato un attimo
quando i miei occhi hanno visto i tuoi
ci stavamo cercando
non servono labbra certe volte per avere certezza
basta la sottile intensità che si crea d’improvviso
come un lampo che sa d’infinito
qualcosa che solo doveva essere
qualcosa che si doveva aspettare finché sarebbe stato
un avvicinarsi che sa di naturale
l’idea diviene possibile
la mente a cercare il motivo
ma tutto è molto
molto più semplice
come mangiare cibo dopo un lungo digiuno
intanto le urla di ragazzini scatenati
la tua bellezza evidente
la solitudine che d’improvviso sparisce
attorno e dentro il caos
e restare lì immobili
vicini e poi allontanarsi perché il tempo è finito
i figli reclamano l’attenzione
e lasciarci costretti a farlo
perché così è normale
ma dopo
poi
nel traffico
con solo puzza di smog e clacson impazienti
l’inaspettato ritrovarsi
altro attimo senza respiro
sorrisi a smorzare
infine
i nostri occhi che ancora si cercavano.

venerdì 19 febbraio 2016

post 192: ho visto l’odio nei tuoi occhi (Pensieri Inevitabili – 2005/2015)



Ho visto l’odio nei tuoi occhi oggi
quegli stessi occhi che mi avevano dato amore
t’ho chiesto perché e tu m’hai scansato scappando
senza spiegare e senza rispondere al mio richiamo
indecifrabile
incomprensibile
crudele come fossi io il mostro crudele
e poi silenzio indifferente
perché non fai domande se vuoi risposte?
perché non decidi di capire invece che ipotizzare?
perché non ti scrolli di dosso quell’apparenza normale e liberi la tua vera essenza?
vuoi continuare nell’equivoco?
vuoi continuare a scappare?
vuoi continuare a credere a quelli che ti vogliono controllare e dominare?
attenta a dove ti volti, a dove t’appoggi, a chi ascolti
il tuo mondo è pieno di serpi seducenti
pronte ad usarti solo per nutrirsi con il tuo dolore
credimi
è l’amore che provo a non farmi mollare
ignora il resto fastidioso e segui il solo mio sguardo
come hai fatto a lungo

finisci questa farsa e vieni a cercare i miei occhi.

sabato 13 febbraio 2016

post 191: credevo in te (Pensieri Inevitabili – 2005/2015)



Credevo in te e quello che dicevi
credevo in te e quello che mostravi
ma era tutta finzione una squallida commedia scritta con attenzione dettegli studiati nell’ombra utili a colpirmi se mai li avessi intuiti

Ti ho dato tutto
cuore fede sentimento valore esempio
li hai presi nutrendoti avida perché sei nata priva
ti servono come l'aria a chi sta soffocando
quando i primi dubbi hanno cominciato ad illuminarmi ho chiesto ingenuamente i perché cercando poi risposte nel tuo ambiguo silenzio ed era come vagare nella nebbia mattutina che sale dai fossi e si spalma sui campi rendendo tutto apparentemente placido e sicuro e quasi affascinante

Ai primi raggi di sole tutto s’è schiarito lo scenario squallido s’è mostrato in tutta la sua crudele verità dalla forma tagliente come cocci rotti di bottiglie sui quali scalzo ero costretto a camminare pensando d’essere in errore immaginarlo e continuare a farlo pure quando i dubbi tentavano di scuotermi le ferite iniziavano a sanguinare ed ancora pensavo al frutto marcio d’uno sbaglio, di qualche mio sbaglio, stringendo i denti e sopportando la pena che aumentava non riuscendo che a procedere

Perché semplicemente mi fidavo perché semplicemente t’amavo

Infine grondante e straziato impormi la resa accantonando gli ultimi brandelli rimasti del sogno osservando attonito la realtà oramai svelata dovendo farlo essere di fronte a quel peggio che ormai si palesava implacabile immune alle mie inutili lacrime come un bambino disperato che non sopporta il rifiuto e combatte impaurito all’abbandono che già sente respirando a fatica sconvolto e rassegnato alla malvagia realtà diventata evidenza

E tutto in un istante
solo e unico
diventato incancellabile perché evidente la sua fasulla sostanza

Voglio la tua pena
voglio giustizia
voglio equilibrio
voglio ridurti all’impotenza
voglio smettere d’insegnarti ad amare
voglio rinunciare all’aria viziata e putrida che m’hai obbligato a respirare con l’inganno
voglio la vita la mia vita quella vita che è sempre stata
voglio la vita che tornerà ad essere

Mi lacera sapere che ciò sarà attraverso la tua totale e definitiva capitolazione
altro modo non esiste
tanta crudele determinazione è necessaria

Non ti perdonerò mai perché m’hai svelato la parte peggiore di me
quella che sa odiare
quella che non avrei mai voluto scoprire
quella che da quell’istante mi ha fatto diventare un uomo diverso


L’uomo che non vorrei essere

venerdì 12 febbraio 2016

post 190: ci sei sempre tu accanto a me (Pensieri Inevitabili – 2005/2015)



Ci sei sempre tu accanto a me
non riesco a smettere di pensarti
mentre la vita passa con sapore dolente
t’incontro per strada e tu tremi
giri la testa abbassi lo sguardo
l’insopportabile è non poterci guardare
mentre il cuore scoppia e non posso fare niente

rileggo le tue parole
i tuoi mi dispiace
i tuoi vorrei stare con te
i tuoi vorrei fossi qui
il tuo t’amo urlato al cielo
quella voglia di liberarti dalla gabbia opprimente
bloccata dall’orrore della paura
rassegnata a morire istante dopo istante
che dolore assurdo ed incomprensibile
complicato irrisolvibile tormento

le nostre vite che virano opposte
nemmeno piangere o farmi scudo col silenzio
basta a placare la mia pena


nulla potrà essere come gli istanti in cui tutto sembrava poter essere

mercoledì 3 febbraio 2016

post 189: noia (estratto cap.11 - inedito)





         Claudia tornò dal nuovo centro commerciale con quindici buste piene.
La guardai senza dire nulla mentre lei, felice come una bimba la notte di Natale, tirava fuori tutti i suoi acquisti rimirandoseli orgogliosa.
         Non s’accorse nemmeno che la stavo osservando: me ne tornai a letto.
         Non ho mai sopportato quelli che trattano le cose come persone. Che sprecano i loro sentimenti per qualcosa che non è vivo e trattano gli oggetti con un rispetto che spesso non portano, invece, ad altri umani. E continuano a volerne: sempre di più, come in una necessaria escalation compulsiva d’accumulo. Mia madre era così, anche i miei fratelli lo erano, e pure Claudia aveva quell’attitudine. Come se avere cose potesse servire a trarre soddisfazione, far rivivere le proprie passioni, dimenticando che si sta avendo a che fare con oggetti spesso superflui o marginali.
         Mentre stavo a letto e sentivo il frusciare della carta strappata delle confezioni pensavo a dove sarebbero finite quelle nuove inutilità. E si, perché il problema dell’accumulo sta anche nel dove porre le cose una volta comperate, che per lo più restano immacolate perché inutilizzate. E solo per un brivido, quello di possedere, che svanisce poi con il possesso stesso, si da vita ad un circolo vizioso che si alimenta solo con un nuovo possesso, come fosse l’espressione di un vero bisogno, tentando di evitare la caduta entro una condizione dolorosa che fermandosi farebbe capire che si tratta solamente di un mero artificio per evitare la convivenza con la noia.
         Ecco, altri annoiati come me, ma diversi nel modo d’esserlo.
Il mio box auto progettato per un’auto come ogni box auto del mondo, visto che auto non ne possedevamo, fu trasformato in ricettacolo di tutte le possibili inutilità accumulate negli anni da mia moglie. Tentai di smettere di pensarci, era una cosa che volevo assolutamente tener distante, ma fu inevitabile concludere a come mi sentivo ancor più lontano da lei e dalle sue abitudini. Così profondamente diversi, non capivo come non me ne fossi mai accorto, totalmente opposti. E il mio accettare passivamente standomene zitto non aveva fatto altro che acuire quella distanza. Non lo potevo più accettare, avrei trovato il modo di dirglielo, prima di cadere nell’odio più totale verso di lei. Seppur fosse mia moglie un tempo amata o forse no, seppur madre delle miei figlie –amate, ma a modo mio, che so essere anche non condivisibile-, seppur compagna di lunga parte della mia vita. Fui certo in quel momento che niente era più così o non lo era mai stato. Ma faceva poca differenza. Le avrei parlato, schiettamente, assumendomi i rischi della sua reazione. Che sapevo non sarebbe stata blanda. Ma giunto a quel punto era sbagliato continuare in ciò che evidentemente era stato un errore con il rischio di trasformarlo in orrore distruggendo tutto il possibile tempo futuro.
         Le avrei detto tutto.