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sabato 12 dicembre 2015

idea per natale


In questi giorni siamo tutti impegnati nella ricerca dei regali di Natale. Per certi versi siamo già in ritardo, per altri, forse in anticipo. Tuttavia di una cosa siamo consapevoli: ci ridurremo alla mattina del 24 dicembre con un sacco di cose ancora da fare.
Come scegliere un regalo? Be’ di solito si cerca di andare incontro ai gusti della persona cui è destinato, quindi meglio la si conosce, più facile dovrebbe essere l’acquisto. Dovrebbe.
E se si tratta di regalare un libro? Questa è una scelta ancor più difficile, bisogna conoscere a fondo il destinatario: i suoi gusti e, magari, anche la sua libreria onde evitare di regalare un testo già letto o, peggio, che non verrà aperto mai. C’è chi sostiene che, comunque vada, a regalare un libro non si sbaglia mai, per diverse ragioni.
Proprio per questo motivo ti segnalo come è possibile regalare un ebook, in pochi click e direttamente online, basta seguire questo link.


Buon Natale

lunedì 7 dicembre 2015

post 181: o amor (poesia di Carlos Drummond de Andrade)


Questo è un post diverso.
Semplicemente perché non è opera mia.
L’autore è uno straordinario poeta brasiliano, Carlos Drummond de Andrade, che in poche e semplici parole esprime la sua visione dell’amore.
Che è pure la mia.


Quando si trova qualcuno e il tuo cuore smette di funzionare per alcuni secondi, fai attenzione. Potrebbe essere la persona più importante nella tua vita.
Se gli sguardi si incrociano e si specchiano l’uno nell’altro, stai all’erta: potrebbe essere la persona che stai aspettando da quando sei nato.
Se il tocco delle labbra è intenso, se il bacio è appassionato e in quel momento gli occhi diventano umidi, c'è qualcosa di magico tra di voi.
Se l'ultimo e il primo pensiero della giornata è per quella persona, se la volontà di stare assieme e unire il tuo cuore con il suo è forte, Dio ti ha inviato un dono: l'amore.
Se un giorno vi chiederete scusa a vicenda, per un qualunque motivo, un abbraccio, un sorriso, una carezza sui capelli saranno più importanti di mille parole: siete fatti l’uno per l’altra.
Se per qualche motivo sei triste, l’altro soffrirà le tue sofferenze, piangerà le tue lacrime. Che cosa meravigliosa. Tu potrai contare su di lei in tutti i momenti della tua vita.
Se riesci a pensare al suo odore, come se fosse al tuo fianco, se la trovi bellissima anche con un vecchio pigiama, con vecchie ciabatte e capelli arruffati…
Se per tutto il giorno non riesci a lavorare in attesa dell’incontro che vi sarà la notte, se non riesci ad immaginare un futuro senza avere quella persona al tuo fianco…
Se immaginerai quella persona già vecchia e sarai sicuro di essere ancora pazzo di lei, se preferirai morire prima di vederla andar via, è l’amore che è entrato nella tua vita.
Molte persone si innamorano parecchie volte nella vita, ma poche incontrano il vero amore. O magari l’incontrano, ma non prestano attenzione a questi segnali e lasciano che l’amore vada via, senza che accada nulla.
E’ il libero arbitrio.
Per questo si deve stare attenti ai segnali, a non lasciare che ogni giorno che passa ti faccia diventare cieco non facendoti vedere la cosa più bella nella vita: l'amore.

venerdì 4 dicembre 2015

post 180: paura di essere liberi (inedito 2015)



Ginevra non era una mia paziente ma un’amica.
Eravamo stati compagni di studi e fra noi c’era da sempre un bel rapporto, fraterno, nel vero senso del termine.
Quando pensavo a lei la vedevo sicura, realizzata nella vita professionale ed affettiva, ma sbagliavo.
Qualche settimana fa mi mandò un sms; era uno strano modo visto che normalmente quando c’incontravamo prima ci telefonavamo. Senza problemi, quel modo mi parve strano, come volesse sottintendere una sua necessità di riservatezza.
Prendemmo un caffè.
Parlammo delle nostre vite, dei figli, di lavoro. Tutto normale. La vedevo però in apprensione come non trovasse lo spunto per iniziare il discorso che voleva farmi. Per mia deformazione professionale abbreviai quella sua sofferenza.

“Che succede Ginevra?”

Mi guardò dapprima sorridendo quasi meravigliata. Tentò di dire qualcosa ma non ci riuscì, il suo viso si trasformò e una grinza sofferente lo rigò, i suoi occhi si riempirono di lacrime.

“Sono in un grande casino, non so cosa fare, sono presa da una paura che mi blocca e mi sta facendo distruggere tutto”.

Rimasi scosso, non tanto per quelle parole sofferenti che per il mio lavoro ero abituato a sentire, ma perché Ginevra è come una sorella. E vederla in quello stato mi rattristò.

“Con te posso essere sincera: sono ad un punto della mia vita che ho capito decisivo. Sono di fronte ad una scelta senza possibilità di ritorno”.

Non fu molto esplicita anche se intuii che fra lei ed il marito probabilmente c’erano problemi. E non mi sbagliavo. Parlò per quasi un’ora, raccontò dettagli e situazioni, compresi la sua necessità di sfogarsi e la feci fare. Ma senza arrivare alla sostanza del problema. Quando giunse al punto finale ci accorgemmo che in realtà coincideva con quello iniziale. Il non sapere cosa fare.

“E’ come se all’improvviso mi fossi svegliata da un profondo sonno: la mia vita era perfetta, un marito devoto, due figli. Un lavoro. Che cosa potevo desiderare di più? Eppure una sempre maggiore sensazione di noia, anzi disagio, ha cominciato ad invadere ogni mio momento. Ho resistito, l’ho allontanata dalla mente, eppure non si staccava. Sentirmi prigioniera dentro ad una gabbia senza possibilità d’evadere. Ed allontanarmi da mio marito. Sentirlo e provarlo insopportabile, fisicamente evitarlo, aggrappandomi ai figli come unico motivo di resistenza. Rassegnarmi.
Poi un giorno…”

La guardai dritto negli occhi.

“…un giorno ho incontrato un uomo”.

Sorrisi.

“Non è come pensi…”

“Io non sto pensando niente t’assicuro…”

Finalmente sorrise. Anche se il suo corpo tradiva il nervosismo che la dominava.

“Che t’ha fatto quest’uomo?”

Prese fiato prima di rispondere. Poi si lasciò andare. E mi spiegò.

“Lui è la luce, mi ha dato modo di guardare ciò che avevo sempre ignorato per paura d’affrontarlo, non mi sono mai sentita così viva”.

“Non ti chiedo i dettagli, sono irrilevanti, comprendo che sei di fronte ad un bivio”.

“Appunto…e credo di non avere le palle per affrontarlo…e così facendo sto perdendo tutto”.

“Parli di tuo marito?”

“No, non tanto lui, in fondo quella luce mi ha dato modo di capire chi è. Soprattutto gli sbagli enormi che ho fatto restandogli aggrappata come ad uno scoglio. Per paura di nuotare sola. Ma lui non capisce e mi tormenta. Probabilmente ho perso quell’uomo che mi ha illuminata perché s’è stancato delle mie paure. Ho deciso di ignorarlo per paura delle conseguenze, lui mi cerca sempre meno, perché io riesco solo fuggire senza spiegare. Credo d’averlo perso”.

Dai suoi occhi iniziarono a scendere lacrime disperate. La consolai. Capii la necessità che aveva della mia opinione. E non gliela negai.

“Sono certo di una cosa: tutti meritiamo di amare ed essere amati. E quando questa meravigliosa alchimia si crea contemporaneamente e reciprocamente fra due persone nessuno può intromettersi. Il resto sono scuse, compromessi, abitudini e consuetudini. Che possono spaventare ma nulla di più.
Amare non è argomento che riguardi la mente perché è un’energia che appartiene al cuore. La passione che ci travolge bisogna lasciarla fluire perché soltanto così riusciamo ad essere ciò che siamo, a crescere, a renderci migliori. Incatenarsi per paura ad una vita non nostra equivale ad imbrogliare noi stessi privando la nostra esistenza del suo vero significato.
Ginevra, amica mia, togliti prima che puoi gli abiti della vittima ed impara ad essere crudele anche se questo non ti piace. Solo così potrai sopportare la fatica necessaria a liberare il tuo mondo interiore, ciò che realmente sei, e la tua energia distorta dalla paura uscirà finalmente permettendoti di vivere. Realmente. Di colpo supererai il bisogno di sentirti protetta, distruggerai l’ipocrisia che sei costretta a sostenere, l’indecisione e la solitudine che ti limitano e ti sembrano l'unico finale possibile.
Quell’uomo non è perduto, lui ti sta solo aspettando, anche se a te pare un’ulteriore pesantezza da sopportare. Ma non è così. Credimi”.

Mi guardò e smise di piangere.

“Fallo prima che puoi; essere fedeli a se stessi è il più grande gesto di libertà che una persona può compiere”.


Ginevra sorrise e poi m’abbracciò.

sabato 28 novembre 2015

post informativo



Da oggi è disponibile il mio nuovo romanzo
CARNE
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lunedì 23 novembre 2015

post 179: aria nuova (inedito 2015)



La vita è come un libro.
Pagine che si succedono, situazioni, persone, rapporti. Gioie e dolori.
E si va avanti perché è necessario arrivare alla fine per capire se tutto quello che è stato raccontato fino ad allora aveva un senso. E se infine quel senso che si ritroverà continuerà ad essere anche in ciò che dopo accadrà.
Presi dalla frenesia di scorrere le pagine ci dimentichiamo di ricordarci che chi scrive quella storia siamo noi, parliamo di noi stessi, noi siamo i protagonisti. Che ci facciamo incastrare dalla trama soprattutto quando di fronte troviamo le difficoltà. Che non sappiamo affrontare, perché possono metterci a disagio chiedendoci il come e il perché solo per prendere tempo, sapendo che in fondo ogni volta è una prova ulteriore per capire realmente chi siamo. E tante volte si fa prima a scappare per non affrontare un confronto dall’esito incerto.
Oggi mi sono sentito come quelle vongole messe a bagno per spurgare la sabbia. Quella fastidiosa polvere così spiacevole da masticare. Ho capito che il mio lungo periodo di pulizia si è compiuto e sono pronto a ripartire. Verso me stesso.
Basta a tutto quello che non mi corrisponde, basta alle menzogne, alle omissioni, alle paure ed ai condizionamenti. Basta a chi non vuole diventare adulto e non taglia i suoi cordoni ombelicali per paura di doversi rivelare, basta a chi gioca sporco e usa la tua buona fede addirittura i sentimenti, basta a chi è così stupido da non comprendere la realtà e continua a testa bassa convinto che tutto si sistemi perché così lo si vuole, basta a chi è rimasto fermo ai suoi quattordici anni, basta a chi non si vuole fidare, basta a chi non sa rischiare e butta l’occasione della vita, basta a chi scappa da se stesso, basta a chi crede che nascondersi dietro al proprio dito possa salvarlo, basta a chi gioisce dei propri dolori e vive soltanto commiserandosi, basta a chi non sa cogliere la vera essenza delle cose e delle persone. Basta a chi non ha saputo o voluto appoggiarsi a me, alla mia buona fede, al mio amore, basta a chi non ha coraggio, a chi non sa rispettare, a chi pensa sempre e solo a se. Basta. Basta.
Io vado avanti perché ho tanti importanti capitoli da scrivere. Questa vita è il mio libro ed io ne sono il protagonista. Chi non può o non vuole esporsi resti nelle pagine già scritte perché posto avanti non c’è.
Ora sta entrando luce ed una fresca brezza, nuove finestre si sono aperte mostrandomi paesaggi nuovi da esplorare, io sono pronto. Finalmente. Non ho paura, io non ho mai avuto paura di rischiare, ho accettato la paura degli altri sperando di poterli sostenere.
Non sono deluso, nemmeno arrabbiato, evidentemente quei capitoli dovevano essere scritti in quel modo. Lo accetto e proseguo con l’eredità che mi lasciano, pesante ma non più così insopportabile, come uno stimolo a non tralasciare mai me stesso.

Il nuovo capitolo è pronto ed ha già un titolo: Aria nuova.

sabato 21 novembre 2015

post 178: verità (inedito 2015)



Cosa c’è di più bello che comprendere definitivamente ciò che ti tormentava? Nulla. E non tanto perché tu abbia una soluzione a portata di mano ma semplicemente perché quello che ti logorava la mente, costringendoti in ogni momento ad ipotizzare motivi e ragioni disegnando scenari sempre più assurdi, si placa. Definitivamente.
So ora dove sta l’amore, so ora dove l’amore viene solo raccontato, so ora dove sta la paura, so ora dove sta l’egoismo. So chi sono i bugiardi e so chi sono i sinceri. So chi vuole nascondere per nascondersi e so chi è costretto a farlo per difendersi.
Come andrà a finire?
Questo non lo so, la speranza è che prima o poi un filo di luce illumini la coscienza di chi marcia spedito su convinzioni sbagliate che oramai gli sono diventate unico appoggio, che niente possa più prescindere dalla realtà. Che questi rinsaviscano infine. Per il bene proprio, per il bene degli altri, per il bene della verità.
Perché sempre quella alla fine sta al centro di tutto e senza di essa può esistere solo confusione. Che a molti giova ma solo temporaneamente, che a molti duole ma solo temporaneamente, perché a tutti quelli che la usano strumentalmente all’improvviso si rivolterà contro con violenza implacabile.
Perché la verità è essenza della vita.
Chi tenta di sfuggirle prima o poi ne paga le dure conseguenze.

Spero che tutti i protagonisti di questa commedia, non ancora drammatica, vengano invasi dalla sua necessità prima che il tempo utile finisca per sempre. E solo per evitare che tutto si trasformi in una tragedia. Il resto poi saranno nuove storie da scrivere.

venerdì 23 ottobre 2015

post 177: libertà (inedito 2015)



“Mi sono reso di un cosa Professore …”

Aveva l’aria di chi s’era appena levato di spalla uno zaino da 90 chili portato fino alla cima d’un sentiero impervio.

“La donna di cui le ho tanto parlato è diversa, avevo il terrore dopo tutto quello che è successo, spaventato all’idea di poterla perdere. Ho compreso che posso fidarmi e senza timore continuare a vivere la mia vita…”

Lo guardai come invitandolo a proseguire; dopo alcuni istanti mi chiese se fossi sorpreso da quella sua certezza. In effetti lo ero. Decisi di gratificarlo e quindi gli feci la domanda che m’aveva suggerito, non tanto per accontentarlo come si fa con un bambino, ma per dargli ulteriore sponda alla quale poter appoggiare quei primi passi verso un nuovo equilibrio.

“Ha avuto il coraggio di spogliarsi emotivamente davanti a me, non l’aveva mai fatto prima, era riuscita fino a quel momento solo a farmelo intuire. E quel modo mi logorava nel profondo trasformandosi a volte in dubbio. Ma qualche settimana fa c’è riuscita, forse perché anch’io l’ho fatto, probabilmente perché ha sentito che quello era il momento decisivo e necessario. Per non perdermi. Anzi. Per non perderci. C’è riuscita, m’ha confessato d’aver urlato il mio nome, sere prima, d’aver urlato quello che ci lega come mai era riuscita. Comprendendo definitivamente la sua desolazione. Una definitiva liberazione. Ci siamo abbracciati, forte con non mai, ogni dubbio è svanito. Quei dubbi scaturiti dalle esitazioni e dalle omissioni. Soprattutto da quelle non volute e quelle difficili da affrontare. Le ho sussurrato –ti amo- all’orecchio e subito lei ha fatto lo stesso. Mi è sembrato un abbraccio infinito. Ho percepito il suo grande coraggio in modo chiaro e questo m’ha fatto sentire in grado di fidarmi”.

Lo vidi sereno, per la prima volta, gli chiesi se quella donna non rappresentasse un salvagente al quale si stava attaccando. E pure viceversa. Sorrise comprendendo la mia provocazione.

“Non sono alla ricerca d’un salvagente, ne ho sempre inconsciamente cercati tanti da rendermi insensibile a me stesso, e anche quando erano bucati mi convincevo che fossero necessari per tenermi a galla. E non li mollavo. L’avrei potuta lasciare tante volte, lei altrettanto, ma eravamo li stretti a sussurraci quasi timidamente il nostro legame”.

“Cosa pensa di fare ora?”

“Niente professore. Assolutamente niente. Anzi mi allontanerò da lei perché abbiamo entrambi bisogno di spazio tranquillo per recuperare forze e pensieri. Mi sono accorto d’essere stato forte come un albero per resistere alle tempeste che m’hanno colpito, ma quel tempo è finito, ora posso senza paura essere il fiore delicato che in realtà sono. Tutte le parole che le ho riversato addosso sono superate, non avrei mai dovuto pronunciarle, ma l’ho fatto per paura e questo non si può cancellare. Ho capito di desiderare libertà perché questa implica responsabilità, vivere e non scappare da se stessi, ed è questo ciò che ci unisce perché anche lei aspira a quello”.

Lo guardai per un attimo, presi appunti sul mio quaderno, ci furono poi alcuni istanti di silenzio. Un momento denso.

“Io ora posso gioire e continuare tranquillamente la mia strada. Non è una perdita ma una conferma di ciò che sono realmente. Forse fra un po’ procederemo insieme, forse per sempre, forse invece non accadrà nulla di tutto questo e non c’incontreremo mai più. E queste non sono affermazioni dal sapore falsamente romantico. Sento una profonda felicità nel cuore perché so d’essermi posto, seppur con grande fatica, in maniera rispettosa ed onesta verso il sentimento che provo. E verso di lei”.

Sinceramente mi colpì quell’ultima frase, forse provai un po’ d’invidia, la certezza del tono era così assoluta. Si erano finalmente trovate due anime che avevano vagato a lungo alla reciproca ricerca, senza saperlo e senza volerlo ma sentendo di doverlo fare, infine si erano trovate. E quel finale, seppur aperto a varie ed opposte soluzioni, mi parve il più grande inizio che nemmeno potevo augurargli.


Fu una bella seduta anche per me.

sabato 17 ottobre 2015

post 176: Il tempo è il tuo migliore amico (inedito 2015)


Il giovedì, dalle 17 alle 17,50, era da oltre un anno il tempo che dedicavo ad un mio paziente sul quale sinceramente nutrivo poche speranze perché ogni incontro si era rivelato semplicemente una serie di sfoghi rispetto alla relazione che viveva con una donna. E mi sembrava, con il proseguire degli incontri, sempre più destinato ad un declino senza vie d’uscita.
Era una grande passione, e su questo non c’erano dubbi, certamente un amore vero tra l’altro ricambiato allo stesso modo. Ma la cosa che lo tormentava era quella di non comprendere il motivo per il quale la donna continuasse a mettere in campo scuse posticipando una scelta definitiva e spesso dando l’impressione di giocare con i sentimenti. Quella cosa lo stava sfinendo seppur non avesse, ne volesse, da quella donna risposte definitive rispetto ad un loro futuro insieme. Lui desiderava semplicemente che quello che esisteva fra loro fosse una volta per tutte messo in chiaro. Con grande onestà e sincerità.
Quel giovedì mi sorprese fin dal suo ingresso in seduta.
Stranamente sorrideva.
Era un uomo profondo, tendenzialmente timido, anche se apparentemente spigliato e sicuro di se. Spesso di difficile lettura anzi decifrazione. Gli chiesi se fosse di buon umore e lui annuì. Sorrisi compiaciuto. Era impaziente d’iniziare tanto che cominciò a parlare ancor prima d’essersi seduto. Quel giorno fu molto chiaro in tutto ciò che disse.

“Ieri sera, dopo l’ennesima giornata buttata perché avevamo discusso al telefono senza arrivare a nulla, ho capito”.

Mi guardò dritto negli occhi, cosa che non faceva mai, prese completamente la mia attenzione. Dopo un attimo, quando ne fu certo, proseguì.

“Com’è difficile sopportare le paure degli altri.
Sembra impossibile comprendere qualcuno che di fronte all’evidenza tentenna o addirittura fugge.
Ovviamente parlo di persone che vogliono percorrere la strada della verità, quel percorso tortuoso e difficile che porta a conoscere se stessi, e non tanto di chi desidera farlo ma nemmeno prova a partire.
Il vero problema sta nella visuale: chi ha percorso un tratto di vita in più riesce a vedere nitidamente le cose semplicemente perché si viene a trovare in un punto migliore d’osservazione. Chi sta dietro, non per demerito o incapacità ma solo perché è partito dopo, non riesce a vedere nulla semplicemente perché non è ancora arrivato a quel punto.
La responsabilità di chi sta avanti è quella di lasciare il tempo, la libertà, lo spazio senza anticipare nulla. Anche se è difficile perché l’amore ti spinge a fare qualcosa anche solo per un senso di protezione. Ma bisogna tapparsi la bocca incoraggiando casomai a procedere, discretamente anche a costo di soffrirne, lasciando intatta la meraviglia della scoperta a chi sta per sopraggiungere. Non rovinare la scoperta, riducendosi ad osservatori, è il modo migliore di amare una persona.
Perché amare è donare.
Soprattutto quando è difficile farlo.
Perché il dolore che si prova in quei momenti non è banalmente un prezzo romantico da pagare ma la causa dell’indecisione che assale rispetto a chi desideriamo possa raggiungerci al più presto.
L’unica cosa da fare?
Proseguire nel percorso lasciando energia positiva da donare a chi passerà dopo nello stesso punto; aspettare è sbagliato, dimostrare a se stessi che ogni giorno si desidera proseguire nel proprio cammino è saggio, anche se tutto questo mi fa una grande paura”.

Gli chiesi se quella paura derivava dalla poca fiducia nella donna, da altri pensieri, oppure da consapevolezze che non aveva mai avuto il coraggio di ammettere prima.

“Non lo so esattamente, in generale per me è difficile tranquillizzarmi di fronte a qualcosa che non comprendo totalmente, forse è solo credere che un sentimento così importante non possa essere sprecato. Ad essere sincero…è paura di fidarsi totalmente di una persona e sentirsi di fronte a lei indifesi”.

Abbassò il capo, su quell’ultima frase, quasi vergognandosi di ciò che aveva appena detto. Poi tornò a guardarmi ed io gli sorrisi e subito quella sua espressione spaventata cambiò.

“Comprendo perfettamente l’ansia che a volte può prendere ma lei stia tranquillo. Quella donna sa tutto questo, anche se non è stata in grado di esprimerlo, anche se spesso sembra non volerlo affrontare. Se lei saprà comportarsi in questo modo le assicuro che il finale già lo conosce. Pensi che il tempo ora è il suo migliore amico. E non intendo dire che tutto andrà come lei lo desidera solo perché avrà avuto pazienza ma che la risposta avrà sarà quella che ha sempre cercato e questo, mi sento di dirlo in tutta coscienza non tanto da medico ma quasi da “consulente sentimentale”, è quello che lei veramente desidera”.

Mi guardò e sul viso gli si dipinse un sorriso; in quel momento capii che era cresciuto d’un gradino ulteriore.
Da medico mi sentii gratificato per aver assistito a quell’evoluzione.
Da uomo che spera di alleviare la sofferenza altrui pure.


Fu per me una bella giornata.

lunedì 21 settembre 2015

post 175: estratto cap.5 (Orso - edito da Narcissus 2013)



Orso spinse la carrozzella lungo il corridoio. Aristide lo guidava indicando con il dito la direzione da seguire. Fecero un paio di svolte ed infine giunsero al bagno. Entrarono. Si trovarono di fronte alla tazza, Orso imbarazzato ma deciso ad aiutare quella persona in difficoltà, attese istruzioni. Aristide, vedendolo così, se ne uscì con una domanda spiazzante.

“Ma tu, Orso, sei finocchio?”

Orso sbandò perché sorpreso dall’affermazione, balbettò qualcosa, ma Aristide continuò insistente.

“Finocchio, intendo, sei frocio, gay, ricchione, busone? Sai com’è, vorrei evitare di trovarmi a calzoni calati in balia di un maschio del quale non conosco le inclinazioni sessuali, a cui forse potrebbero interessare certe mie parti…”

Orso rise imbarazzato ma cominciò in quel momento a capire la natura ironica dell’uomo. Confermò la sua preferenza per le donne. Aristide così si quietò mentre Orso proseguiva a non sapere cosa fare. Aristide lo guardò e con tono definitivo lo invitò ad appoggiarlo sulla tazza “…altrimenti rischio di farla qua…”.
Orso sollevò di peso l’uomo e con grande sforzo fisico lo fece accomodare sul sanitario, con grande fatica gli abbassò i calzoni e poi, non sapendo più che fare, restò lì impalato quasi sembrasse interessato a quello spettacolo. Aristide gli lanciò un’occhiata inquisitoria.

“Sicuro che nemmeno da piccolo hai mai avuto tentazioni sugli uomini?”

“No Aristide, glielo garantisco, solo che questa situazione per me è…inusuale”

Aristide si aprì in un sorriso divertito, cambiò tono.

“Va bene, mi hai convinto, giovane amico. Ora posso fare da solo, puoi uscire, grazie”.

Dopo qualche minuto i due tornarono nella sala lettura. Orso spingeva la carrozzella lungo il corridoio, Aristide sembrava essere più rilassato.

“Scusa per prima se ho giocato un po’ - Orso non capì a cosa si riferisse - la storia della tua omosessualità intendo, mi ha divertito prenderti in giro, purtroppo qua nessuno riesce più a divertirsi, ma io lo voglio ancora, anche solo a parole”

“E fa bene, l’importante è tenere sempre alto lo spirito”

“Già, almeno quello sta in alto. Sai da quanto tempo non sto più con una donna? quasi dodici anni. Lui - indicandosi le parti basse - un bel giorno è andato in pensione senza avvisarmi, ha deciso che bastava quello che aveva fatto e così si è addormentato. Sai com’è vivere con una salsiccia di carne moscia nelle mutande?”

“E’ la natura, prima o poi capita a tutti e poi lei ha l’amore e l’affetto di sua moglie. Rosa è una bella persona, gentile, educata, discreta - Aristide rise - che c’è da ridere?”

“Tu fumi?”

“Si, perché?”

Aristide fece un cenno con la testa come ad indicare una nuova direzione da seguire. Orso eseguì senza fiatare. Lasciarono il corridoio per immettersi in uno più stretto che dava, alla fine, sul giardino interno dell’istituto. Uscirono dalla porta finestra, fuori più che un giardino c’era uno spiazzo pavimentato, erbacce che crescevano sui bordi, alcuni vasi di plastica vuoti a far da tentativo di decoro. Orso estrasse il suo pacchetto, ne offrì una all’uomo prima di prendersene una, le accese e subito alla prima boccata Aristide sembrò rilassarsi.

“Se tu l’avessi conosciuta tempo fa, era una donna diversa, una furia - Orso non capì al volo - pretendeva tre rapporti sessuali al giorno, completi! - Orso sorrise impressionato - oggi fa tanto la bigotta e si scandalizza per ogni cosa, soprattutto si vergogna di me perché non so nemmeno andare al bagno da solo - Orso smise di sorridere, Aristide diventò serio - le donne sono così, appena non puoi più essere il maschio che le protegge, che si occupata dei loro problemi, che ha il coraggio di affrontare ogni difficoltà anche per loro, che paga ogni necessità, iniziano a trattarti in modo diverso. Non ti abbandonano, ma sono costantemente annoiate, ti fanno sentire come se fossi per loro un peso…”

“Dai Aristide, forza, pensiamo ad altro. Non si rovini l’umore con questi brutti pensieri, è meglio rientrare ora”.

  Aristide abbassò il capo e poi annuì. Orso prese i due mozziconi e li mise in tasca, spinse la carrozzella verso l’interno. Percorsero all’inverso i corridoi fino a ritornare alla sala lettura. Lì nulla era cambiato, Rosa ed Elisa sempre impegnate nel loro chiacchiericcio pettegolo, il Colonnello che dormiva russando con il capo totalmente riverso sullo schienale della poltrona. Proprio in quel momento passò in parte a loro una donna con il camice bianco che portava un grande thermos. Aristide fece cenno ad Orso di accelerare l’andatura, lui adorava il caffè e non lo sopportava proprio quando si raffreddava, Orso allungò il passo.


lunedì 14 settembre 2015

post 174: edera (inedito 2015)



Una buona parte delle persone che ho conosciuto appaiono sempre nella stessa forma, ferme in posizione comoda, a prescindere da quello che accade attorno. Indifferenti a ciò che sentono ed insensibili a quello che desiderano. Sono come gli arbusti che sopravvivono immobili sperando che mai alcuna sventura li possa anche solo sfiorare. Tutto fondato su di un’unica certezza: l’apparente solidità e sicurezza del terreno in cui sono conficcati. E quello basta: sanno cosa è il meglio ma preferiscono un peggio garantito di fronte all’incertezza del doversi sforzare provando a vivere in un terreno migliore.
L’altra parte di persone che ho conosciuto si muove apparentemente in totale autonomia, magari con la presuntuosa necessità d’ostentarlo, in realtà hanno sempre bisogno di un sole a cui rivolgersi per succhiare l’energia senza la quale muoiono. Come girasoli. Sono quelli che ti possono anche ingannare ma che prima o poi trovi fermi al buio, perché quello arriva per tutti, immobili senza più capacità d’essere. Rassegnati all’idea che solo l’attesa d’un nuovo sole sia la soluzione. Falsi ipocriti che si mascherano dietro ad un’apparenza rassicurante e conosciuta, nel profondo insoddisfatti adattati a vivere di sola luce riflessa, capaci di gioire solo della mediocrità perché incapaci d’essere liberi.
Poi ci sono quelli come me, edera, che senza sole e senza appigli provano sempre e comunque a muoversi. Per rispettare la loro natura, alla costante ricerca della vita, per niente impauriti dalle difficoltà che dovranno affrontare.
Perché l’edera, più la tagli e più tenti di ridurla, più si fortifica e cresce.
In una continua rinascita che inizia sempre d’autunno, con il buio e il freddo, perché siamo certi che quello che conta non lo abbiamo vissuto. Alla continua ricerca di se stessi, attraverso la durezza della prova, come un necessario lascia passare per capire chi veramente siamo. E fiduciosi accogliamo la vita. Sempre e comunque.

Edera.

Solo questo posso essere.

martedì 8 settembre 2015

post 173: l’amore viene e va (inedito 2015)



Sembra impossibile pensare che certi rapporti finiscano.
Come un cataclisma che nel sonno ti coglie senza avviso e distrugge tutto, una forza inarrestabile che ribalta le certezze ed insinua dubbi su tutto quello che è stato, e ti trovi steso a terra quasi incapace di respirare.
Ma così accade.
La delusione ed il disappunto t’inghiottono, la vita sembra inutile come una farsa mal scritta, ti senti incapace d’una minima reazione quanto meno un gesto che sia degno per te stesso. E resti lì steso, immobile, passivo.
E’ terribile; una sensazione che nemmeno al tuo peggiore nemico augureresti, ma la devi vivere fino in fondo prima di risollevarti, e dopo potrai risorgere.
Perché lo spirito di sopravvivenza alla fine prende naturalmente il sopravvento. Come una febbre che deve fare il suo corso ma devi soffrire, sudare, inerme solo attendendo che passi.
E lì prende forma il miracolo.
Non te ne accorgi ed inizi ad accantonare le scuse e gli alibi.
Verso di te, verso la persona che ami, che credevi necessaria alla tua vita. E lì comincia il salto nella nuova dimensione: quella della realtà. Ma prima di ripartire c’è un altro duro tratto da percorrere.
Perché quando ami, o credi di sentirti in quello stato fai di tutto per continuare a cercare conferme anche dalle piccole sfaccettature, sei disposto ad accettare tutto, incluse le peggiori nefandezze che il cuore impone d’accettare anche quando non comprende. Perché dietro dev’esserci un motivo, una scusa, qualcosa di plausibile a cui aggrapparsi. E anche quando tutto sembra dirti il contrario resisti fino ad accettare l’inaccettabile. Diventi penoso. Ma procedi, inesorabile, perché una soluzione da qualche parte si deve trovare e la vuoi trovare. Sentendoti responsabile, una colpa che comincia a condizionare ogni azione ed ogni pensiero, ti trasformi in chi non sei per costruire una giustificazione in funzione dell’altro. Per salvare o dare una possibilità a ciò che era intoccabile. All’amore che hai sempre creduto di vivere.
Ma non è più amore.
Sei già nel tempo e nello spazio del non amore: quel sentimento in cui avevi creduto, nel quale avevi riversato ogni energia, era solo una costruzione del tuo desiderio d’essere amato. E nulla più. E’ come un pugno dritto nello stomaco, la realtà che si palesa inevitabile, e ti manca il fiato. Non riesci nemmeno a piangere, ad urlare, disperarti con qualcuno che voglia ascoltarti sperando ti possa consolare. Stai già oltre, e non te ne accorgi, disinnamorato anzi disintossicato. E ogni cosa o pensiero o azione che la persona su cui avevi puntato fa diventa insufficiente, anche le sue migliori doti e rappresentazioni diventano irrilevanti, per trasformarsi infine in un fastidio che vuoi solo evitare.
Sei quasi salvo.

L’amore va e viene: quando arriva sembra facile toccare il cielo con in un dito e ti senti invincibile, quando se ne va lotti per non lasciare quella sensazione tanto grande. E’ duro d’accettare ma infine s’impara ad accogliere ciò che la vita propone. Soffrendo, o forse così è semplice rappresentare quello che si prova, per poi volgere lo sguardo altrove alla ricerca d’aria nuova e fresca da respirare quando s’è saturi di tutta quella pesantezza.
Infine la si trova.
E tutto quello che si è vissuto si riduce entro i contorni di un romanzo, triste forse drammatico, certamente una storia che però non spaventa più perché ne conosci il finale.


Essere se stessi, finalmente, e smettere di mentire per nascondersi dalle più profonde e nascoste paure.

sabato 5 settembre 2015

post 172: incipit (AD8 ed. Narcissus 2013)



Essere genitori adottivi è un’esperienza assoluta destinata a pochi.
Un bambino adottato è come un tossico senza colpe o volontà d’essersi trovato in quel tunnel e dal quale ha poche possibilità d’uscire. E’ come “in quelli che si sono fatti d’acido” dove all’improvviso, soprattutto in momenti apparentemente tranquilli e senza un perché che la mente possa comprendere, il diavolo che silente in loro alberga spinge violentemente per uscire al di fuori ed esprimersi.
E ci riesce.
Essere genitori adottivi significa rendersi conto di questo ed essere pronti ad affrontarlo nel miglior modo possibile. Con la più grande capacità d’improvvisazione possibile. Tutto qui.
Fondamentalmente serve trovare la forza per resistere a quel diavolo tentando di domarlo, imparando a conoscerlo, sopportarlo nell’inevitabile stretta convivenza. E nel frattempo godersi tutta la parte bella che ogni bambino adottato esprime ancor più d’ogni altro essere vivente, in una forma e con la sostanza che riempiono all’infinito il cuore, rigenerandoti ogni volta nella forza e nella determinazione in attesa della lotta successiva.
E’ questo, un lieve equilibrio, il filo sottile dal quale è facile precipitare: il baratro più profondo da un lato, le vette assolute dall’altro.


Solo chi sa vivere come un funambolo può essere in grado di sopportarlo.

venerdì 4 settembre 2015

post 171: meraviglia





Ricordo una parte della mia vita in cui ciò che più mi rendeva felice era meravigliarmi. Delle cose che vivevo, di ciò che vedevo, quello che accadeva attorno a me, del non sapere nulla.
Poi accadde qualcosa.
Cominciai a capire alcuni meccanismi e la meraviglia si trasformò in dubbio perché sentii di non conoscere abbastanza. Quindi far mie tutte le spiegazioni possibili fu l’unica strada da seguire. E la percorsi applicandomi e studiando per voler limitare le lacune cercando di riempire tutti i vuoti che da solo non potevo colmare. Dallo scarabocchio alla scrittura, sillabare le lettere per poi leggere parole, imparare i numeri e contare, la matematica, la musica, l’arte, la scienza. Sempre più informazioni, sempre più nozioni, sempre più certezza.
Poi d’improvviso mi fermai.
La sicurezza data dalla conoscenza aveva oramai definitivamente estromesso la tanto amata meraviglia; quando lo percepii fu come togliersi un velo dagli occhi e finalmente vedere nitidamente. Mi resi conto che quel mondo non mi piaceva, fondato solamente sul sapere funzionale, utilizzato spesso o sempre senza le migliori intenzioni. Una società che portava il sapere sull’altare più alto in nome della sconfitta della paura e dell’ignoranza. Percepire che inconsciamente l’avevo trattato come mito assoluto per paura di essere vulnerabile, attaccabile, forse ingenuo tanto da sembrare stolto. Provai un grande fastidio. E pure il pensare seriamente che non avrei potuto farne a meno mi fece rabbrividire.
Quella visione improvvisa mi diede coscienza: la conoscenza acquisita, da conquistare o da comprendere, non sarebbe più stato l’unico parametro a cui riferirmi. Per la prima volta capii di essere un uomo che avrebbe dovuto lottare per essere fine a se stesso e vivere il sapere come mero strumento per ottenerlo.
Niente altro e niente di più.
Non poter più accettare d’asservirsi in nome di un falso mito pur vivendo in un servosistema globale, avendo certezza che altra fosse la fonte da cui abbeverarsi, sentendo la costante necessità di meravigliarsi come esigenza fondamentale.

E ora.
Vivere completamente quella sensazione, facendomi scuotere anche solo dal suo sfiorarmi, istanti di pura estasi che vorrei non avessero fine.


giovedì 3 settembre 2015

post 170: niente più scuse (inedito 2015)





“La situazione in cui mi trovavo, professore, era veramente orribile. Pensavo d’avere tutto, di essere nella condizione d’una felicità ovvia, invece stavo male e soprattutto non ne capivo i motivi. Non vedevo la realtà e nemmeno il suo aiuto m’ha mai giovato. Mi sentivo schiacciato anche se continuavo a ripetermi che tutto andava bene, era una cosa insopportabile che avevo accettato come irreversibile, poi finalmente e senza preavviso ho preso consapevolezza e tutto s’è schiarito. Senza saperne il perché, ma è successo, finalmente respiro aria fresca”.

Lo guardai credo dimostrando soddisfazione per quelle parole che udivo e percepivo vere per un senso di profondità visto il tono e la postura usati nel pronunciarle.

“Ho cambiato atteggiamento. Come se fisicamente mi fossi spostato cambiando l’angolazione del mio punto d’osservazione.

Ho smesso di giustificare.

Ogni volta che nella vita qualcosa non andava come desideravo istintivamente giustificavo le altre persone coinvolte e quindi lo facevo con me stesso. Tante volte mi è successo, nel lavoro, nelle amicizie, nei rapporti d’amore. Ero pronto ad ascoltare, ad accogliere, a comprendere. Anche l’improponibile. Credendo d’essere io in difetto, comunque disponibile a cambiare per gli altri, insensibile a me stesso considerando sempre più la possibilità d’essere fallato da qualche parte. Il giusto stava altrove e soprattutto in ciò che mi sentivo raccontare. E pensavo fosse normale così, l’unica strada da seguire, quella utile e corretta. Ma tutto non si risolveva, anzi, s’intricava ancor di più.

Ho cominciato a non accettare più le scuse: e subito situazioni e persone a loro legate mi sono sembrate piccole ed insignificanti. E di conseguenza non mi sono più giustificato con me stesso e ciò che ho visto davanti a me è stata solo la verità. Quel senso d’inadeguatezza, o senso di colpa, ha cominciato a dissolversi”.

Evidentemente la mia espressione lo convinse a procedere senza più incertezza, non che ne avesse dimostrata, ma forse per pudore o paura d’essere preso per sciocco e presuntuoso l’avrebbe potuto fermare.

“Oggi molte di quelle cose dolenti mi fanno sorridere: le persone che si nascondono dietro ad un dito, o meglio, quelle che per mascherare la loro pochezza o la loro malafede cercano riparo dietro ad una banalità appena plausibile. Le persone che non sanno amare o impongo il loro modo di farlo, le persone che cercano solo convenienza, le persone maligne, le persone che si nutrono della sincerità altrui, le persone ipocrite, le persone inconsapevolmente sciocche e consapevolmente rassegnate, le persone che continuano a restare ferme ai loro dodici anni anche se ne hanno quaranta.
E’ diventata fastidiosa epidermicamente la vicinanza a persone bloccate, che non vogliono evolversi, che continuano a ripetere come un mantra ho paura, ho paura, ho paura.
E’stato come mettere per la prima volta gli occhiali da vista dopo anni di negazione -a me stesso- riguardo l’esigenza di usarli e capire che con quelli inforcati, cazzo, è come vedere la tv in alta definizione e pure i dettagli si colgono benissimo perché li vedi chiari e a tutto schermo! Eppure fino a poco prima ero soddisfatto anche da un tutto globalmente sfuocato che mi sembrava anche poco convincente”.

Si fermò come attendendo una mia replica. Non lo volli interrompere sentivo che c’era altro.
L’uomo sorrise, mi parve veramente sereno, fece un respiro poi si voltò verso la finestra e lo vidi ispirarsi da quello che vedeva fuori. Parlò guardando attraverso il vetro.

“Vede professore, la fuori c’è la vita, ma c’è pure la morte. La passione e la tragedia, la verità e la finzione, la gioia ed il dolore. Io non ho più paura, anzi, ho solo voglia di vivere tutto realmente. E chi mi accompagnerà dovrà meritarsi il posto accanto a me come io quello al suo fianco, niente più scuse, il tempo perso è solo ragione d’inutile sofferenza. Ogni giorno mi ripeto: chi mi ama veramente abbia il coraggio di seguirmi com’è. Ammettendosi e accettandosi, vizi e virtù, entusiasta di vivere da adulto la vita magari insieme a qualcuno”.

Fece una pausa, si voltò verso di me, tornò serio in volto.

“Era solo una grande paura a bloccarmi, quella d’ammettere che nella vita si cresce e si diventa adulti, forse quei cordoni ombelicali che lei mi ha citato tante volte e che mai ho pensato di tagliare.
Mi sento pronto a combattere consapevolmente la sensazione che non ti vuole far allontanare dal mondo facile e dorato della fanciullezza. Il mio tempo è venuto, i cordoni li ho tagliati, devo sgranchire questo gambe rattrappite e fare i primi passi per poi imparare a camminare e forse un giorno essere pronto per una corsa”.

L’espressione seria divenne un sorriso. Mi guardò fisso negli occhi.

“Ho capito di essere finalmente adulto, maturo forse come un frutto, di certo non più un bambino che quando è insoddisfatto sa solo diventare lagnoso.
Tutto è molto più difficile ma, sinceramente, sono impaziente d’affrontarlo.
Niente più scuse.

La direzione ora è certa”.