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venerdì 21 febbraio 2014

Noia

 


         Mi chiamo Marco Aurelio, ho 42 anni, e faccio il geometra.
        Sono sposato da quasi tredici anni con Claudia e insieme abbiamo due figlie: Aurelia di otto anni e la piccola Domizia di quasi tre.
         Questo sono io e non c’è molto altro da dire.
         Se non per il fatto che preferisco farmi chiamare Mario perché non ho nessun tipo di legame caratteriale, morale, fisico con Marco Aurelio il grande imperatore, filosofo e scrittore romano del quale porto lo stesso nome. Un confronto onestamente impietoso, lui saggio e retto io apatico e solitario, lui il politico che favorì l'emancipazione degli schiavi io geometra diplomato solo al terzo tentativo – alle serali con 36/60 -, lui sovrano capace e guerriero valoroso io marito anonimo e padre lacunoso.
Quindi è meglio che tutti continuino a pensare che mi chiami Mario.
Credo che questo possa bastare per raccontarmi, perché così appaio e voglio apparire a chi non mi conosce: penso non ci sia altro da dire sul mio conto.
In realtà qualcosa d’altro ci sarebbe…
Sono una persona che evita ogni tipo di confronto, m'impegno in tutto ciò che è inutile, sperando così di confendere per un attimo quell’istintiva noia di vivere che mi possiede.
Questa è una delle mie caratteristiche principali…tanto per dirne una.
E poi, ad essere sincero, nemmeno ci riesco perché non mi impegno veramente in nulla. Faccio tutto velocemente, sono ossessionato dal concludere il prima possibile, vivo ogni situazione come un supplizio. Perché tutto ciò che faccio, o devo fare, mi annoia e l’unica cosa che mi riesce è quella di rapportarmi sempre e solo con me stesso. E fuggire con i miei pensieri. 
Quando è iniziato tutto ciò?
Avevo circa dieci anni, ero al campo e giocavo a pallone con i miei compagni di scuola, si trattava di una partita importante contro un’altra classe. C’erano molte persone a bordo campo, maestre, genitori - tranne i miei -, tutti i ragazzini della scuola e pure molte persone sconosciute. Al momento d’iniziare nessuno voleva stare in porta così mi proposi anche se non l’avevo mai fatto. Dopo dieci minuti per un fallo di mano l’arbitro ci diede un rigore contro: tutti urlavano, chi mi dava consigli, chi mi diceva di buttarmi, chi già mi derideva. Insomma, l’avversario calciò, io rimasi immobile sulla linea di porta. Segnò senza rischiare. I compagni mi guardarono con odio perché non avevo ascoltato i loro consigli, non mi ero buttato, e avevo solamente subito le urla dei denigratori. Tentarono e riuscirono a farmi sentire in colpa.
La partita proseguì e nessuno riuscì più a segnare. All’ultimo minuto un clamoroso fallo di mano sulla linea di porta ci procurò un rigore a favore: potevamo pareggiare. Nessuno dei miei si sentì di calciare, presi l’iniziativa, andai sul dischetto. Sarà stato per il senso di colpa che mi sentivo ancora addosso, volevo segnare, dovevo farlo. E cancellarmi in un sol colpa quell’ombra che mi portavo dal mio essere restato immobile. Prima. Tutti urlavano, chi mi dava consigli, chi diceva al portiere di buttarsi, chi mi derideva.
Misi la palla su dischetto: presi una breve rincorsa e calciai.
Ne uscì una lenta ciabattata che sospinse la palla con traiettoria rettilinea nelle braccia del portiere che, rimanendo immobile sulla linea di porta, parò.
Lui lo fece.
Triplice fischio, fine della partita, fine della mia carriera di calciatore.
Lo so che non si deve “…aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…” ma in quell’occasione conobbi il repentino passaggio dalla solidarietà e condivisione alla più cupa e buia solitudine.
Restai immobile in mezzo al campo mentre tutti si allontanavano.
Pensai per qualche attimo a quello che avevo vissuto.
Un senso di noia pervase globalmente il mio umore, fu la prima volta che lo provai, me ne tornai a casa e non parlai mai più con nessuno del gioco del calcio. 
Quello fu l’inizio di tutto.

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