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giovedì 30 luglio 2015

post 161: manipolatore (inedito 2015)


Era mia paziente da quasi due anni e fino a quel giorno aveva raccontato solo parti di se impedendomi di cogliere la complessità dei suoi disagi. Come avesse il timore che esporsi completamente l’avrebbe portata fuori dall'equilibrio che era riuscita a costruire. Che pur non piacendole era l’unico che le consentiva di vivere. O almeno così credeva.
Quel giorno la seduta iniziò in modo diverso. Stentava, io non le diedi appiglio guardandola in silenzio per quasi un quarto d’ora, era in difficoltà sembrando sul punto di scoppiare.
Poi si decise.

“Ho pensato a lungo, forse troppo tempo, ho deciso di parlare con qualcuno di cui mi fido. Lei. E farlo in totale sincerità dicendo ciò che realmente mi opprime. Perché so che Lei può fare, mi può indicare, o forse mi può aiutare a capire. Oppure niente di tutto questo. Ma non importa perché sento di volerlo fare per me stessa e quindi lo farò”.

Mi guardò negli occhi mentre con voce tremolante pronunciava quelle parole. Poi abbassò lo sguardo mentre in viso le si dipingeva un sorriso dolce. Quello di una donna innamorata. Pensai per un attimo che anche lei fosse caduta nel classico transfert paziente-analista, ma non aveva dimostrato fino a quel momento i caratteristici segni di quel tipo di rapporto nevrotico, esigente, tenero e sensuale. Che vuole l’esclusività, diviene geloso, infine ostile. Non era quello il caso e percepii un barlume di luce in fondo al tunnel che quella donna aveva percorso fino a quel momento. La guardai annuendo con il capo per invitarla a proseguire.

“Di mio marito le ho già a lungo parlato. Quasi tutto ciò che le ho raccontato corrisponde alla verità anche se molte parti mi sono ben guardata di toccarle.
La verità. E’ l’uomo che ho amato, che mi ha dato due figli, con il quale ho sempre pensato di condividere la vita.
E nonostante tutto quello che abbiamo fatto insieme io da tanto tempo sono infelice, mi sento inadeguata ed a volte ingrata, con lui e con quello che di buono la vita mi sembra regalarmi. Come se in ogni occasione mancasse un pezzo, una sensazione di incompiutezza che mi deprime, nonostante io provi e riprovi ogni volta ad ignorare quel fastidio. E sono giunta alla conclusione consapevole di essere sbagliata e dover lottare con quella mia parte sbagliata che m’impedisce d’essere felice. Solo colpa mia. Come del resto faceva mio padre che fin da piccola usò con me una maniera piuttosto dura, per lui ero una cavalla bizzosa da domare, quindi decisione e rigore altro che comprensione e coccole. E ci ho creduto, a lungo, fino a sentirmi accartocciata su me stessa senza vie di fuga o risoluzione.
Ho permesso a tutti gli uomini della mia vita di fare quello che hanno fatto assecondandoli obbediente.

Qualche giorno fa ho fatto un sogno.
Mi trovavo in un bar ed accanto a me al bancone c’era un uomo che beveva il caffè. Lui fu gentile; semplicemente mi passò lo zucchero con un sorriso. Ma non quei sorrisi che sotto intendono qualcosa di viscido. Era diverso. Non saprei definirlo se non in questo modo.
Dopo alcune parole scambiate parlando del caldo di questa estate, mi chiese se mi andava di sederci ad un tavolo per finire il caffè e la chiacchiera, accettai come fosse la cosa più ovvia da fare. In realtà la cosa più ovvia che sentivo di fare.
Parlammo per quasi tre ore.
Ci raccontammo le nostre vite bevendo altri tre caffè e fumando tante sigarette.
Poi ci salutammo cordialmente senza nemmeno scambiarci il numero di telefono. Io ero felice così, lui pure, non ci fu reciprocamente bisogno di dirci altro o fare altro. Andava molto bene così, io sorridevo e lui pure, ci salutammo con la mano mentre c‘allontanavamo in direzioni opposte.
Mi sono sentita a disagio?
No.

Ecco, professore, è questa la parola che quel sogno mi ha lasciato: saper dire no”.

Si fermò per un istante come a voler prendere fiato, io sorrisi, mi parve una persona nuova.

“Mio marito è un manipolatore.
Non dico che lo sia perché è un uomo cattivo o un sadico, non lo so e nemmeno m’importa saperlo, semplicemente è una persona che ha creato un’influenza su di me e la usa distorcendo nel suo verso ogni discorso, ogni azione, ogni intenzione con il solo scopo di avere potere su di me. Controllarmi, trarre benefici sempre a mio danno e suo favore, ponendo sempre le sue esigenze in risalto e mai ringraziandomi quando lo assecondo.
Forse un po’ cattivo lo è…pure sadico, forse”.

Non riuscì a trattenere una risatina divertita per quella lucida analisi psicologica. Poi tornai serio e mi rimisi in ascolto.

“Ha giocato da sempre con le mie emozioni, mi ha fatta cadere dentro ad un senso di colpa infinito, m’ha convinto di non saper far nulla e di non valere nulla. Senza di lui sarei potuta essere solamente una donna perduta. Mi ha fatto rinunciare alle mie esigenze ed ai miei valori sostituendoli con i suoi. E più l’ho assecondato più è diventato esigente chiedendomi sempre e oltre senza ritegno: e io gli ho dato tutto calpestandomi e continuando a sentirmi inadeguata per lui. Per paura, si lo ammetto, per paura di dover affrontare qualcosa che nemmeno riuscivo ad immaginare. Una vita senza di lui, come avrei fatto con i miei figli, i miei genitori m’avrebbero criticata per tutta la vita restante. Tutti gli altri m’avrebbero condannata come una pazza nevrotica che si ribellava ad un uomo magnifico, generoso, gran lavoratore e di sani valori. Perché è così che lui appare e ci tiene molto a farlo percepire, in realtà è molto altro, è spesso violento nei toni. E non solo”.

La guardai evidentemente sgranando gli occhi come a chiederle se avesse subito violenza fisica.

“No, quella no, però a volte certe parole fanno peggio delle botte.
Qualche settimana fa voleva fare sesso, io non ne avevo voglia, perciò tentai di svicolare. Lui diventò nervoso, alzò il tono, mi urlò che da tempo ero fredda con lui. Che mai ero carina, che mai lo cercavo, che mai lo baciavo in pubblico. E che quando lo facevamo io ero un pezzo di ghiaccio. Io ero come paralizzata, proseguì dicendomi –intimandomi- che se non cambiavo rapidamente atteggiamento lui si sarebbe guardato attorno, non voleva fare sesso con una donna come me. Fredda e disinteressata come una prostituta che lo fa solo per i soldi.
Voleva la passione e io non ero in grado di averne perché dentro, nel mio profondo, il senso di schifo che provavo per lui era così radicato da rendermi impensabile solo sfiorargli le labbra con lei mie.
Quella sera però non ebbi la forza di dire niente. Del ribrezzo che provavo quando s’avvicinava, del suo modo infantile di approcciarsi, nell’incapacità di farmi eccitare, del suo solo parlare e concludere poco. Come se per lui l’importante fosse sempre quello di trovare giustificazione di fronte ad una mia possibile critica. E alla fine di ogni discussione la colpevole ero io, le responsabilità erano mie, la persona che doveva cambiare e migliorare ero io.
Feci sesso nel bagno, io appoggiata alla finestra, lui dietro ansimante.
Chiusi gli occhi.

La sera successiva il sogno del caffè con quell’uomo al bar, lo vidi per la prima volta per quello che era, un omuncolo.
Bastò un fatto casuale a farlo esplodere, in realtà era nervoso quando rincasò, una pasta non troppo riuscita fu sufficiente.
Diede due forchettate prima di posare la posata sul bordo del piatto con fare abbastanza teatrale. Di solito avrei rabbrividito e sarei corsa ai fornelli scusandomi: quella sera invece mi scappò una risata. In realtà quella pasta al sugo non era un gran che ma questo non era il punto della questione. Lui mi guardò ridere e restò stupito forse spiazzato da quella mia reazione. Disse, in maniera non troppo carina, se non mi vergognassi di cucinare una cosa del genere ad un uomo che si era spaccato la schiena tutto il giorno e cosa aspettassi a preparare qualcosa di decente.
Invece di scappare come al solito lo guardai dritto negli occhi: gli chiesi se lui ritenesse ciò che aveva appena detto una richiesta ragionevole? Sgranò gli occhi e non riuscì a rispondere anche perché subito gli domandai cosa, secondo lui, io avrei dovuto rispondergli di fronte alla sua imposizione. Iniziò a balbettare, il suo piglio diventò meno sicuro, sbiascicò qualcosa che mi parve una proposta di piatto alternativo. Disse una cosa tipo –fettina in padella- e senza farlo proseguire oltre lo freddai: me lo stai chiedendo o ne stiamo solo parlando?
A quel punto, non sapendo più cosa fare, alzò la voce svegliando i bambini che iniziarono a piangere disperati. Lui proseguì insensibile e non avrebbe più smesso se non gli avessi detto no con tono deciso.
No appunto.
No, ad essere trattata senza rispetto.
No, a non poter esprimere i miei sentimenti, le mie opinioni i miei desideri.
No, a non poter stabilire le mie priorità.
No, a non poter avere un diritto senza sentirmi in colpa.
No, alle minacce fisiche, mentali ed emotive.
No, a non poter avere una vita propria.

Sono due settimane che non ci rivolgiamo la parola, lui oramai mi evita denotando timore, io però devo concludere il discorso iniziato e sistemare le cose una volta per tutte. Non per vendicarmi ma semplicemente perché sento che il tempo è giunto. Il tempo per essere quella che sono e prendere in mano la mia vita perché so di essere in grado di farlo”.

Mi guardò quasi trattenendo il fiato in attesa d’una mia risposa.

“E’ pronta. Buona fortuna per tutto il resto della sua vita”.

Quella fu l’ultima nostra seduta e non c’incontrammo più.


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