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domenica 7 giugno 2015

post 147: paura d'amare (inedito - 2015)




Ascoltavo la mia paziente da circa venti minuti.
Parlava come volesse liberarsi d’un peso che la opprimeva. A tratti sembrava come di fronte al prete, cercando una giustificazione, forse un’assoluzione. Non che raccontasse una storia così torbida ma ciò che provava la faceva sentire a disagio, con se stessa, perché si sentiva osservata e giudica dal mondo. Come fossero talmente evidenti i suoi sentimenti. Era vittima d’una forte inquietudine.

Semplicemente.
Aveva conosciuto l’amore, per la prima volta in vita sua, e tutto s’era chiarito in un lampo. Come se anni di buio pesto si fossero improvvisamente illuminati grazie alla luce d’un sole estivo. Caldo e luminoso, accogliente e rassicurante, una sensazione che aveva sempre cercato senza mai essere stata in grado di definirla con chiarezza.
Ma ora che si trovava completamente immersa e coinvolta era spaventata e paralizzata. Perché fino a quel momento aveva dovuto rimuovere della memoria i suoi dolori, s’era rassegnata a vivere una vita che apparisse adeguata, evitando ogni percorso o incontro che avesse potuto anche solo evocarle ferite che sapeva benissimo non essersi mai rimarginate.
Stava in bilico tra ciò che era e ciò che desiderava, meglio, tra ciò che aveva dovuto apparire e ciò che in realtà era nella pura sostanza.
La famiglia, quella sua famiglia felice costruita con tanta attenzione, era fondamentalmente basata sul reprime ogni istinto fuorviante prima che diventasse incontrollabile. Rimuovendo, mistificando, negandosi sistematicamente anche il più piccolo segnale. Ne era oramai diventata vittima senza quasi più aria da respirare.
All’improvviso poi si fermò, sembrò aver finito le parole, mi guardò ed abbassò lo sguardo come fosse pronta a ricevere la mia sentenza.

“La vita non può essere una ricerca di soluzioni grazie a giudizi. Perché nessuno è giudice, perché nessuno ha il diritto d’esserlo, perché siamo uguali in mezzo ad uguali. Il problema è sentire necessaria l’assoluzione quando cominciamo a muoverci verso noi stessi, perché iniziamo a muoverci nella direzione a noi giusta, e cominciamo a percepire d’essere quello che realmente siamo. Questo è spaventoso perché implica rivoluzioni di molte, se non tutte, le strutture che abbiamo costruito per stare in equilibrio. Quando incontriamo il vero amore siamo però costretti ad agire. Per non perderlo, per proteggerlo, per non farlo inghiottire da ciò che solo in quel momento comprendiamo essere la più grande menzogna che noi stessi abbiamo precedentemente costruito e che abbiamo continuato a raccontarci come fosse una corazza necessaria a difenderci. L’amore vero, che può essere per una cosa-luogo-animale-attività-persona, ci fa sentire pieni; noi stessi finalmente al centro, come se all'improvviso il precario equilibrio si fosse stabilizzato in modo assoluto e saldo. Perché ricominciamo ad immaginare, torniamo lucidi e visualizziamo il futuro, la mente ed il cuore pulsano uniti. E stiamo meglio, subito e come mai prima, perché comprendiamo che tutto quello di cui ci siamo riempiti per darci un’apparenza accettatile nella realtà non serve a darci sostanza. Perché tutto ciò che serviva era già dentro di noi, pronto e perfetto, il dettaglio mancante era una piccola luce che ci permettesse di vederlo dentro a quel buio che lo nascondeva.
E, una volta visto, il processo è inarrestabile: ed andiamo verso ciò che rappresenta la nostra verità e finalmente riusciamo a muoverci verso noi stessi”.

La signora mi guardò perplessa. Forse s’aspettava altre parole, banalmente un’assoluzione per il tradimento fisico e sentimentale che da mesi portava avanti con una uomo diverso dal marito, forse parole gentili che le permettessero di considerarsi donna e madre nonostante tutto degna.

“Faccia questa prova. Provi ad immaginare la persona che le ha dato tutto ciò che mi ha raccontato. La indichi con un dito. Solo se è certa di quello che prova e quindi se il suo racconto è pura verità”

Mi guardò, fece un profondo respiro, chiuse gli occhi. Lentamente alzò un braccio e lo stese verso l’avanti. Poi con sicurezza aprì la mano e allungò l’indice.

“Apra gli occhi ora”

Li aprì e subito guardò la propria mano protesa in avanti. Poi sembrò bloccarsi. Mi resi conto della sua difficoltà.

“Vede il suo indice? Sta puntando l’uomo che lei ama. Ma le altre tre dita che stanno sotto cosa indicano?”

“Beh…sono rivolte verso di me…”

“Esatto. Lei sta indicando la persona che ama. E nello stesso istante si sta indicando. Perché l’amore è questo: il legame che creiamo con noi stessi grazie all’incontro con chi, grazie a noi, riesce a farlo con se nel medesimo modo e nel medesimo tempo.
Per questo lei è così felice, non abbia mai dubbi, non si faccia più condizionare e bloccare dalla paura.
Abbia il coraggio di vivere finalmente la sua vita”.

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