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lunedì 24 marzo 2014

Chi è veramente Maurilio Biasetti?


 
        A dire la verità Maurilio Biasetti, io, non l’ho mai incontrato.

        Sentii parlare di lui la prima volta il giorno in cui fui ingaggiato per recitare in uno spettacolo teatrale da lui prodotto, all’incirca, una decina d’anni fa.

       Tutto il resto, nel senso delle cose che so, lo devo ad una persona che in quell’occasione incontrai. Il suo factotum. Un certo Arturo Berganzi detto Ebola per via della sua capacità di inchiodarti con monologhi interminabili di genere vario in grado di trasformare un semplice racconto riassumibile in poche parole in un girone dantesco da svariate ore. Ebola s’impantanava in discorsi a spirale, con parentesi aperte e poi mai richiuse, finestre esplicative aperte e dimenticate spalancate, portando lo sventurato ascoltatore sull’orlo del suicidio isterico, insomma, una persona capace d’infestare come il virus di cui portava il nome. Però a me stava simpatico, faceva ridere per quello che raccontava, soprattutto per le facce che metteva a corollario esplicativo. Di lui conservo una cosa che riassume tutto il suo mondo: il diario dei ricordi, o meglio, il diario dei ricordi su Maurilio Biasetti che per anni aveva appuntato onde ricordarli e forse un giorno pubblicarli per farci, come gli piaceva dire, un milione di dollari. Quel diario era fin dall’aspetto esteriore originale, come lo era del resto Ebola, la copertina ricoperta di una carta da pacco su cui erano incollati ritagli di giornali con donne seminude, anzi semivestite, tipiche immagini da settimanale femminile o riviste di gossip o cataloghi d’intimo femminile per la vendita per corrispondenza. E sopra, sulla copertina, una scritta a pennarello rosso: M.B.

       Nella prima pagina raccontava quando Maurilio Biasetti decise d’investire nel teatro. Tirò fuori un sacco di soldi per produrre un monologo da lui scritto nelle pause pranzo. Pensò in grande, del resto Maurilio era uomo d’alto profilo, un imprenditore di successo nel ramo dei suini macellati. Un uomo che si sentiva carico di grandi rivoluzionarie intuizioni.

        Applicando al teatro il suo metodo di lavoro, quello del mattatoio, partendo dal presupposto che la differenza tra porci e attori non è poi tanta, trattandosi pur sempre di carne da macello, scrisse uno spettacolo consistente in una serie di situazioni, come lui diceva, innovative, impreviste, sorprendenti. Esaltate da una scenografia minimalista, anzi minima, disegnata dalla giapponese Midori Mazuko, ed in più una rutilante sequenza di battute, musiche, balletti, drammi, lacrime, risate. Ingaggiò otto attori, tre donne e cinque uomini, 96 comparse mute, un gruppo di mimi, un’orchestra di 125 elementi, due tigri del bengala, uno stormo di beccacce, un bracco da tartufo, sette nani, giocolieri e ballerine, e pure una anaconda gigante che però diede problemi per via dei permessi dei vigili del fuoco obbligatori e mai ottenuti. Ma la trovata più originale fu il nome dato allo spettacolo, M puntato, B puntato, SHOW non puntato, che non significava altro che: MAURILIO BIASETTI SHOW.

Quello fu il suo primo spettacolo.

E pure l’ultimo.

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