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lunedì 7 aprile 2014

Angolo malefico


 
   Visto che le cose erano cambiate i quattro pasticcioni bivaccavano costantemente nel pub di Leone che li serviva come un’umile sguattera e, per di più, senza opporsi alle loro richieste sempre più ardite. Oltre a disporre del miglior tavolo ed aver accesso alla fornita cantina del locale, pretendevano vini particolari da poter offrire nelle feste settimanali che organizzavano.
    Dopo un inverno allegro arrivò l’estate: quel simpatico gioco oramai aveva annoiato i quattro che spesso passavano le loro giornate al pub come dei normali clienti ed a volte, addirittura, pagando il conto. Un pomeriggio seduti al loro tavolo privilegiato assistettero ad una scena talmente paradossale da farli scuotere dal torpore che quei primi giorni caldi aveva prodotto nei loro animi. 

    La piazza era colma di gente che andava in tutte le direzioni, auto strombazzanti, confusione, negozi ed uffici, massaie e manager. Tutti che correvano come presi da una fretta inevitabile. Iames, con lo sguardo perso nel vuoto, fu attratto da qualcosa appoggiato proprio sul marciapiede prospiciente. Richiamò l’attenzione degli amici: i quattro osservarono la cosa e riconobbero un escremento. Ne scaturì un dibattito. Parlare di opera canina sembrò assai riduttivo di fronte a quel prodigio della natura. Sei, sette, forse anche otto etti di materiale depositato da chissà quale essere in quel luogo, con una cura una precisione ed una quantità degna di un animale che mai si era incontrato da quelle parti. Maurilio ironizzò su chi potesse esserne l’autore, Venanzio ipotizzò un rinoceronte, Iames teorizzò un ippopotamo. Alfredino, con ferma convinzione e vibrante consapevolezza, chiuse sicuro con l’idea d’un elefante impazzito scappato dal circo Americano che libero vagava nella città come si trovasse finalmente nella sua savana e non più costretto dalle quattro ferree pareti della sua gabbia, alla ricerca del fiume per dissetarsi e poi di cibo per sfamarsi, ed infine vittima di un attacco intestinale. I tre lo guardarono perplessi proprio mentre un uomo d’affari, in ritardo vista l’andatura, svoltò l’angolo di gran carriera. Prima che accadesse quello che accadde i quattro, azzittitisi, osservarono il suo elegante abbigliamento. Un abito color sabbia di taglio sportivo con gusto coloniale che l’uomo portava con sincera eleganza. Si guardarono increduli finché Alfredino riattaccò con l’ipotesi dell’elefante e sottolineò a conclusione l’evidente legame dell’uomo con la sua idea visto che sembrava proprio un vero cacciatore di leoni nella savana. E, normalmente quelli stanno sul dorso d’un elefante. L’uomo giunse a cinque centimetri dall’imprevisto; riuscì a vederlo, tentò disperato di sterzare ma il mocassino che indossava non riuscì a tenere la traiettoria finendo il suo movimento frenante già dentro a quell’ignobile magma marrone. Inevitabile l’effetto aquaplaning che gli fece perde tutto il poco equilibrio rimasto facendolo rovinosamente cadere, dopo un ultima disperata torsione del busto, faccia avanti nell’inferno. Quei tutti che fino ad un attimo prima si erano mossi ad un ritmo indiavolato, al tonfo dello sventurato, s’arrestarono. Lui sdraiato a terra si trovò circondato da una silenziosa ed osservante folla da stadio. Non fu aiutato a rialzarsi perché di scatto lui si sollevò appena sentito il peso di quegli sguardi. E appena dritto quell’uomo disse:

    ”Non è successo niente. Nulla, non mi sono neppure sporcato”. 

    E se ne andò via con piglio deciso.
    Se l’era cavata bene anche se si allontanava zoppicando con il suo bell’abito addobbato da fiammate di colore più scuro, comunque, nel più classico stile del tono su tono.
    I quattro scoppiarono in una fragorosa risata mentre Leone si presentò al tavolo con una prestigiosa bottiglia e quattro bicchieri. Era stufo di quella guerra e lanciò così un segno di pace. Ed in più allegò una proposta esclusiva: l’invitò ad una serata particolare presso il locale d’un suo amico. Un club di quelli veramente esclusivi. I ragazzi sorpresi dalla proposta ma attratti dalla possibilità di realizzare qualcosa d’impensabile accettarono senza riflettere non cogliendo il tono subdolo con cui Leone aveva parlato ed anche il caracollare diabolico con cui l’uomo s’allontanava.
    Il ragno aveva finalmente imprigionato la preda nella sua tela viscosa. La guerra non era finita.

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