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giovedì 17 aprile 2014

Onan il guardone


 
Il vero nome di Onan il guardone nessuno l’ha mai saputo.
L’unica cosa certa è la storia legata al suo nome.
Questa vicenda, tramandata oralmente di bar in bar, narra di un uomo venuto da non si sa dove ma che, con la sua personalità, è stato in grado di ritagliarsi uno spazio di rilevo nel mondo delle coppiette appartate, degli esibizionisti e scambisti, nonché di tutte le generazioni di giovani maschi colpiti da sindróme da imbastonamento che da sempre hanno guardato a lui come ad un guru da cui trarre verità ed ispirazione. E si, perché oltre ad essere estremo nel suo modo di procede, tanto da far pensare che il più delle volte avesse dovuto ricorrere a rocambolesche fughe per portare la pelle sana e salva a casa, la leggenda di Onan il guardone citava molteplici episodi finiti per lui positivamente, anzi, spesso molto più che positivamente. Alcuni invidiosi raccontavano invece altri episodi della sua vita –tra l’altro mai provati- lo raccontavano come un fuggitivo, con tre figli a carico, alcuni lo davano come certo bisessuale, altri un ex capellone, chi lo raccontava come tossicodipendente, chi un fuoriuscito dalla beat-generation, chi lo raccontava come trasversalmente coinvolto nell’arte visiva floreale progressista.
Tante voci.
La verità, si sa, può essere ovunque. L’unica cosa certa era ed è la sua teoria che si basa, sostanzialmente, sull’equilibrio tra desiderio e concretizzazione sessuale. Nel dettaglio.
 
Prima fase: l’andata, dai tredici ai sedici anni.
I giovani di quella fascia lo consideravano il Profeta della mano foresta. Nei momenti bui dell’adolescenza dove il giusto equilibrio tra desiderio e concretizzazione è sbilanciato a favore del primo aspetto, Onan teorizzò la cosiddetta Mano foresta. Ovvero una pratica masturbatoria dove la presenza di un secondo individuo veniva soppressa a favore della mera tecnica esecutiva consistente nel sedersi per circa una quindicina di minuti sopra la propria mano destra fino a quando si percepiva l’informicolamento dell’arto e, dopo essersi velocemente calati calzoni ed intimo, procedere ad una naturale e consueta pratica onanista. L’effetto era garantito: la mano così intorpidita dalla posizione appariva ai più quella di un’altra persona da lì il nome foresta –forestiera- con evidente godimento amplificato. Alcuni sostenevano che lo stesso Onan il guardone avesse pure divulgato varianti della stessa introducendo la Mano foresta con guanto in pelle ed anche la Mano foresta con unghia finta laccata.

Seconda fase: l’arrivo, tra i diciassette e i quarant’anni.
Periodo nel quale, si presume, il famoso rapporto di equilibrio succitato si sposta verso la concretizzazione. Ma qui subentra l’insoddisfazione di come, pur praticando, lo si fa con compagne inadeguate che il più delle volte non sanno dare l’auspicato godimento. Onan, anzi la sua leggenda, narrava dell’importanza di tre elementi che, se non rispettati, potevano minare le fondamenta della coppia stessa.
Ovvero, il bacio.
Ognuno con il proprio stile. Chi piano con metodo, chi a punta ficcante, chi a turbina vorticosa. Tutti sono accettati tranne il desueto metodo della lingua del dentista, ovvero il frugare nella bocca altrui come se si fosse alla ricerca di microscopiche carie fra capsule e vecchie otturazioni. Fondamentale è la passione con cui si procede: poco conosciuto, perciò da molti snobbato, è il bacio con una sinistro giro naturale. Ovvero colui che utilizza naturalmente una rotazione antioraria della lingua caratteristica istintiva che, secondo Onan, meriterebbe studi scientifici appropriati.
La pratica orale nel rapporto di coppia.
Nella duplice veste di dialogo e rapporto sessuale. Era, per lui, l’atto fondamentale attorno al quale ruotava tutto il mondo di una coppia. Onan metaforizzava la duplice valenza dell’oralità come al biglietto da visita mostrato da parte di chi si presenta, chiaro e leggibile. Oppure ad una salda stretta di mano, ad un vino bianco ben fresco, al colletto perfettamente stirato d’una camicia, al centravanti che corre palla al piede verso la porta avversaria, in sostanza, concludeva teorizzando che “…oralità è gioia di vivere”.
Infine il rapporto sessuale vero e proprio.
A parte l’atto stesso, che deve essere ritmato e possente ma altrettanto dolce e suadente, è essenziale una disponibilità mentale capace di far superare istintive barriere d’imbarazzo o di convenienza nonché consuetudine. Onan predicava perciò l’importanza del turpiloquio, del sesso di gruppo almeno tre volte al mese, dell’utilizzo di posizioni quali la Piovra di Giava, della Matrioska ucraina o Zabov, la mossa dell’Arancia meccanica –tutte escluse dai canonici manuali del sesso- che consentono a donne dotate di padronanza corporea fuori dal comune l’agire in contemporanea con lingua, mani e piedi su tutte le zone più sensibili del maschio sottoposto facendogli raggiungere, in breve, vette altissime di piacere. E, le più dotate, riuscendo a stimolarsi comprimendosi ritmicamente con le cosce fino a raggiungere devastanti orgasmi simultanei a quelli del compagno.
Terza fase: il ritorno, dopo i sessant’anni.
Ovvero quando le prime due non bastavano più e si doveva ricorrere all’uso simultaneo dei sensi vista e tatto. L’unico modo di godere, secondo Onan, era osservare qualcosa di eccitante unendolo all’attività masturbatoria. 

Quando Onan incontrò Italia era ampiamente entrato in quella terza fase anche se lo sguardo della ragazza lo fece più volte vacillare rispetto alle sue consapevolezze. Alla fine trovò ulteriore equilibrio facendogli allargare il discorso delle tre fasi ad un nuovo composto da quattro, derogando, anche se ritenendo quella nuova materia di studio non ancora degna di essere inserita nella teoria consolidata.
Così portò avanti con Italia una relazione fondata su incontri occasionali a base di sesso estremo, in pratica, tutto il tempo che gli fu necessario per riuscire a teorizzare quell’ultima parte mancante ed allegarla al suo già ben nutrito volume come allegato essenziale.

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